BRENNO BERTONI.
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Pagine scelte edite e inedite. 1880 - 1940.
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Parte 1.
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1941. Istituto Editoriale Ticinese,  BELLINZONA - LUGANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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       ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo fornito da Paolo Alberti e Paolo Oliva. Associazione Culturale "Liber Liber". http://www.liberliber.it/
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Indice di questa parte.
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Premessa.
INTRODUZIONE.
PREFAZIONE.
CENNI BIOGRAFICI.
UN PROFILO DI BRENNO BERTONI.
OPERE DI BRENNO BERTONI.
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PARTE PRIMA. Ai giovani. Prolusione.
1. Sui compiti della giovent ticinese nella veniente legislazione.
2. Progetto di una costituzione cantonale per il Cantone Ticino.
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PARTE SECONDA. Vita e coscienza ticinese.
Tre letture ai docenti.
Piano e monte.
Bosco e pascolo.
Educazione civica.
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PARTE TERZA. Patria e cultura.
1. Sul valore morale della Svizzera.
2. Le convergenze culturali svizzere.
3. Per il ritorno alle tradizioni.
4. Saluto ai Confederati di Sciaffusa, di Glarona e dei Grigioni.
5. Per la difesa dello spirito svizzero.
6. La Svizzera come idea.
7. La questione universitaria ticinese.
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PARTE QUARTA. Pedagogia e morale.
1. L'indirizzo della scuola.
2. Sull'insegnamento delle lingue morte.
3. I lavori manuali.
4. L'insegnamento della storia.
5. Studi storici e storia.
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PARTE QUINTA. Testimonia temporum.
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FINE Indice.
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Premessa.
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Il piano riguardante la pubblicazione di queste Pagine scelte  stato sottoporlo al Consiglio amministrativo della "Fondazione Schiller", il quale, su relazione del dr. prof. Arminio Janner, ha deciso di riconoscere, nell'assieme, i meriti letterari e culturali di Brenno Bertoni assegnando al medesimo, per il 1941, un premio d'onore.
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La pubblicazione del presente volume  stata appoggiata, con sussidi, dalla "Comunit di lavoro Pro Helvetia" e dalla "Societ scrittori svizzeri".
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Hanno contribuito, al finanziamento della pubblicazione, prenotando copie, il Dipartimento di Pubblica Educazione, la Societ "Amici dello Educazione del Popolo" e il Comitato cantonale del Partito liberale-radicale.
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La pubblicazione di queste Pagine scelte avviene sotto gli auspici di un Comitato di amici e di estimatori dell'on. Bertoni, composto come segue: Presidente: Antonio Galli, gi Consigliere di Stato, Lugano; Membri (n ordine alfabetico): Bont Emilio, professore, Calgari dr. Guido, direttore; Cattaneo avv. cons. Francesco; De Filippis avv. prof. Alberto, sindaco di Lugano; Gallacchi dr. Brenno, procuratore pubblico; Jggli dr. Mario, direttore; Janner dr. Arminio, professore universitario; Madonna Gottardo, segretario-capo di lingua italiana presso la Cancelleria federale, e lettore di diritto; Pelloni prof. Ernesto, direttore; Pini avv. cons. Aleardo; Rava avv. Emilio; Sganzini dr. Silvio, professore.
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L'edizione  stata preparata e curata dal presidente del Gruppo di patronato on. Antonio Galli, il quale, per alcune materie, ha avuto la collaborazione del dr. prof. Guido Calgari.
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INTRODUZIONE.
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Un gruppo di amici ha preso l'iniziativa di una pubblicazione volta a ricordare quel poco o tanto che nella vita politico-culturale ho saputo fare, raccogliendo i fogli sparsi e ristampandoli in volume.
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Dico la verit che l'idea mi ha fatto piacere. Ed ecco il perch: nel corso di tanti anni quanti ne corrono dal principio della nostra Repubblica ticinese, si pu dire con coraggio che il nostro paese visse quasi sempre in un clima agitato e di sfiducia: un clima di maldicenza reciproca fra i partiti. Una reazione non pu fare a meno, ora, di essere salutare.
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La pubblicazione pu forse contribuire a diffondere qualche buona idea ed a favorire l'attuazione di qualche giusta e proficua riforma.
Pu darsi che essa risulti oziosa, ma, anche in questo caso, corre a me l'obbligo della riconoscenza per la fatica alla quale gli amici si sono sottoposti: fatica che non  lieve n breve.
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 il caso di dire, insieme, agli uomini d'ogni corrente: curiamo le occasioni propizie dopo tanto lavoro perduto a curare quelle cattive: cerchiamo, insieme, di giovare al paese: procuriamo di favorire sempre pi la elevazione morale e civile del popolo: incoraggiamo gli sforzi volti al bene!
Dr. Brenno Bertoni.
Da casa, 19 marzo 1941.
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PREFAZIONE.
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Siamo lieti di presentare al pubblico ticinese e confederato, raccolte in volume, le Pagine Scelte, edite ed inedite, di Brenno Bertoni, delle quali si  annunziata la stampa in occasione dell'80 genetliaco dell'Autore.
Brenno Bertoni era pi che degno dell'omaggio che un gruppo di amici e di estimatori, e alcuni enti educativi e di cultura, hanno voluto tributargli.
Le Pagine Scelte accolgono lavori preparati tra il 1880 e il 1940. A rigore i compilatori avrebbero potuto comprendere, nel volume, articoli o studi redatti durante un pi lungo periodo di tempo. La cosa sarebbe stata agevole poi che il Bertoni fu un precocissimo del giornalismo (a diciotto anni, ed anche prima, inviava gi note ed articoli ai periodici del Cantone), e poi che anche dopo gli ottant'anni ha continuato, sia pure a intervalli, a collaborare a giornali e a riviste.
Una caratteristica della produzione bertoniana  data dal fatto che l'Autore, durante i sessant'anni e pi di attivit letteraria, ha sempre migliorato, di guisa che, ci ch'egli ha scritto in et molto avanzata, appare, non solo per maturit di pensiero e prudenza nei giudizi, ma anche per finitezza, per pregio di forma, per ricchezza di elementi culturali, e talvolta anche per originalit di ispirazione e di espressione, superiore a ci ch'egli ha pubblicato negli anni frettolosi della giovent, e in quelli dell'et matura, molto assorbiti dall'attivit professionale e dalle cure politico-parlamentari.
Il Bertoni si  definito, pi volte, un "originale"; originale nel senso che ha sempre stentato a seguire la disciplina di partito, ed ha sempre desiderato ragionare e giudicare da s, agire secondo il suo personale convincimento, sottrarsi alle condotte rigidamente comandate, e, occorrendo, mettersi fuori delle opinioni largamente diffuse e andare contro corrente.
Il Bertoni, in politica,  stato spesso considerato un irrequieto, un instabile, un quasi irregolare: giudizio al quale egli ha opposto che soli i pappagalli girano sempre intorno al medesimo piuolo, e che l'uomo di pensiero non deve essere schiavo delle formule e delle frasi fatte, le quali troppo spesso vengono usate per nascondere l'assenza di vere opinioni e insieme la pigrizia intellettuale, ma deve saper leggere nella storia, nei fatti e nella vita, saper raccogliere impressioni ed elementi, vagliarli e valutarli, e giungere poi a conclusioni in base alle quali regolare la propria condotta nell'ordine morale e i propri atteggiamenti nell'ordine civico, politico e sociale.
Il Bertoni, la cui vita di pensiero  stata un continuo assorbire, elaborare e produrre, un continuo indagare e riflettere, un continuo cercare la via per le ascese ideali e per le soluzioni pratiche, un continuo trattare le materie professionali per ragioni di esistenza, ma nel contempo un continuo contatto spirituale coi filosofi e con i moralisti, con gli economisti e coi giuristi, con gli statisti e con gli storici, ha avuto diverse "costanti" di pensiero e d'azione che lo fanno una delle figure pi tipiche e delle personalit pi rappresentative e interessanti del mondo politico e culturale ticinese dell'ultimo secolo.
Rileviamo, tra le maggiori qualit personali del Bertoni, lo spirito di indipendenza, la profonda devozione alla cosa pubblica, la laboriosit e il disinteresse: e tra le costanti di pensiero e di orientamento, l'amore per le tradizioni e per la cultura, l'inclinazione alle idee generali, la "religiosit naturale", l'attaccamento alle idealit democratiche, il rispetto per tutte le opinioni lealmente e nobilmente professate, l'ardente desiderio di elevazione e di progresso nell'ordine, nella giustizia, nell'equilibrio delle varie forze e dei vari interessi.
Pochi uomini, come Brenno Bertoni, si sono prodigati nell'arringo professionale, nella vita pubblica, nel campo culturale e nell'opera di educazione civica e politica del popolo, in ispecie degli elementi giovanili.
Avvocato, autore di opere scolastiche, commissario d'esame, giornalista, conferenziere, magistrato, professore, uomo politico, studioso di materie filosofiche e morali, giuridiche, storiche ed economiche, il Bertoni si  occupato di una infinit di materie e d'argomenti dimostrando di possedere varia, vasta e profonda cultura, e attitudini eminenti, da una parte alla volgarizzazione, e dall'altra alle enunciazioni, alle sintesi di storia e di arte, ai raffronti e alle astrazioni, ai giudizi espressi in forma di massime e di aforismi.
Anche nelle pagine meno curate del Bertoni - vogliamo dire in quelle buttate gi alla brava e che non hanno conosciuto il lavoro di revisione e di politura - il lettore avverte, facilmente, la esistenza di un pensiero centrale, essenziale, che come il ncciolo, e che, volendo, potrebbe stare a s: da ci la chiarezza e il pregio delle produzioni bertoniane, che, ad es., hanno fatto dell'Autore uno dei giornalisti ticinesi pi efficaci e pi letti dell'ultimo mezzo secolo.
Non tutto ci che il Bertoni ha scritto pu essere, anche dagli uomini della corrente liberale di cui egli  stato uno dei maggiori esponenti, approvato o condiviso.
Il Bertoni, in politica, non ha mai fatto il capo seguendo il metodo di assicurarsi, con le blandizie, il consenso delle masse (ricordiamo, in proposito, la dichiarazione di un uomo politico francese: "puisque je suis votre chef... je dois vous suivre"); e neanche nel senso di comandare, usando il sistema degli interventi energici e del frequente richiamo agli statuti, ai programmi e al sentimento di disciplina.
In politica il Bertoni non ha mai dimostrato di possedere le qualit di organizzatore di gruppo o di presidente di comitato men che meno, poi, egli  stato uomo di intrigo, promotore di mosse capziose, adoratore o laudatore di gerarchie.
Il Bertoni  stato un capo, s, ma sui generis: un capo un po' come lo  il pastore (l'immagine  rurale ma s'intona, ci sembra, con quelle di alcune pagine bertoniane che trattano con vivacit e largo impiego di colore, la materia riguardante l'economia alpestre) il quale tien d'occhio, s, il pascolo ed il gregge, ma ama, spesso, filosofare, e anche, talvolta, soffermarsi, o porsi su una roccia, come sopra un plinto, allo scopo di considerare le cose dall'alto e spingere lo sguardo il pi lontano possibile, e, come espressione del sentimento poetico-estetico, oppure come avvertimento od ordine, lanciare i suoi richiami.
Nella scelta dei lavori del Bertoni ci siamo attenuti a una regola generale: omettere tutto ci che poteva presentare carattere politico-polemico di gruppo, e includere, invece, ci che  frutto di studi o di azione da un punto di vista superiore alle contese dei partiti, nel campo letterario e storico, giuridico e civico-patriottico, con ispeciale riguardo ai lavori pi meditati e a quelli maggiormente notevoli per pregio di forma, per importanza della materia che in essi  trattata, oppure perch costituenti testimonianze e documenti egregi a chiarire e a spiegare gli stati d'animo di elementi rappresentativi o di masse, e in genere gli avvenimenti di un'epoca.
L'amore del Bertoni per i problemi che riguardano l'economia rurale in genere, e la vita delle popolazioni montane in ispecie,  sempre stato molto vivo. Non v' quasi discorso, articolo di giornale, studio storico o politico del Bertoni nei quali non ricorra un accenno o un pensiero ai problemi agricoli e forestali, al buon governo degli alpi, agli interessi della pastorizia, alla necessit di provvedere ai bisogni della emigrazione e di alimentare convenientemente, con provvidenze tecniche, morali ed economiche, la vita campagnuola e le istituzioni comunali e vicinali.
Il Bertoni si  pi volte definito un paesano aristocratico: e con ci indubbiamente ha voluto significare un uomo avente le radici politiche e culturali, le inclinazioni ed i gusti di certi "particolari" campagnuoli di vecchio ceppo, nobilitati attraverso il lavoro indipendente e le magistrature popolari, attraverso lo studio e la pratica delle materie economiche e politiche e insieme la quotidiana meditazione, ai fini della elevazione spirituale, sul grande libro della natura e della vita.
Quando il Bertoni tesse l'elogio dell'uomo alpino, abituato a lottare contro le aspre difficolt frapposte dalla natura, e abituato a governarsi ed a governare, oppure del piccolo commerciante valligiano che molto ha imparato al contatto con le civilt straniere, oppure del comacino che ha eretto palazzi e cattedrali e poi  tornato ad abbellire il villaggio dei maggiori, e con la partecipazione attiva alle amministrazioni pubbliche ha contribuito ad elevare il tono della vita patriziale e comunale, egli tesse l'elogio del miglior ceto dirigente delle campagne, a cui si onora di appartenere, per il quale le cose valgono pi delle parole, i fatti pi della rettorica e delle declamazioni, mirabile per equilibrio, per sagacia, per facolt di osservazione, per sicurezza di valutazioni e di giudizi.
In tale caso l'elogio del Bertoni idealmente va anche pi lontano e si estende ad abbracciare i Ticinesi tutti che hanno bellezza e chiarezza di tradizioni, i Ticinesi che maggiormente hanno operato, nei secoli, per dare consistenza alla economia e contenuto alla vita civile del nostro popolo, che hanno presieduto, con intelligenza e disinteresse, all'amministrazione delle vecchie vicinanze e poi dei comuni, e che hanno collaborato a formare il Cantone moderno, nel quadro della famiglia confederale elvetica.
Alcuni altri motivi, che si possono considerare essi pure costanti di pensiero e di orientamento spirituale, ricorrono nelle pagine del Bertoni: e sono la condanna del settarismo, la deplorazione per la soverchia facilit, che si verifica da noi, di considerare e valutare le cose del paese col metro e con i metodi raccomandati dalle propagande estere o in uso all'estero, e la presa di posizione, netta e decisa, per i valori locali, per il punto di vista ticinese e svizzero come regola di condotta politica, e contro certe teorie della forza, della razza e dell'espansione le quali, se accolte, sconvolgerebbero le basi della nostra pi volte secolare democrazia e quelle costituzionali e politiche della nostra Confederazione.
 detto, in Victor Hugo, dell'aiuto che i maggiori porgono ai discendenti, o con l'esempio, o con gli istradamenti, o col censo, perch possano affrontare e superare le difficolt dell'esistenza. Le Pagine scelte del Bertoni riusciranno indubbiamente care, come ricordi, ai Ticinesi della generazione matura o che gi  entrata nella vecchiaia, ma molto diranno anche ai giovani e particolarmente saranno utili ai "giovani giovanissimi" i quali, nel crollo quasi generale dei valori, e nel disorientamento (che si possono dire caratteristici della nostra epoca) hanno bisogno non solo di appoggi d'ordine materiale, ma anche e forse pi di guide spirituali. Siamo convinti, inoltre, che il Bertoni, con le sue Pagine, parler anche alle generazioni venture alle quali tramander i frutti del suo pensiero e della sua esperienza, e, con accento suggestivo, instiller l'amore per le tradizioni e per la cultura, la devozione alla cosa pubblica, l'attaccamento alla patria zolla.
Nelle Pagine di Brenno Bertoni  espressa, molte volte, la condanna del settarisino e della faziosit. Il medesimo pensiero ricorre anche negli scritti del Fratello, specie nella prefazione di quest'ultimo alla Revue scientifique suisse, pubblicata nel 1882, quando il Dr. Mos, non ancora venticinquenne, gi carico di famiglia e nella impossibilit, nel Ticino, di guadagnarsi un tozzo di pane, era sul punto di passare i mari (egli stava per scegliere tra la partenza per l'Egitto, ove era chiamato a collaborare, in ricerche archeologiche, dal Maspero, gi celebre per i suoi studi, o per Missiones, in Argentina, ove, ispirato dagli insegnamenti di Reclus, di Bakunin e di Kropotkin, gli sorrideva il disegno di fondare, con un gruppo di concittadini di Blenio e di Riviera, una colonia agricola comunista).
Molto vivo e riverente dimostra, il Bertoni, nelle parole e negli scritti, di conservare il ricordo della Madre, emigrata con Mos, figura di donna superiore per doti di mente e per forza d'animo, divenuta collaboratrice del figlio scienziato non solo nell'opera di sperimentazione agricola ordinata nell'alto Paran, sui margini delle foreste vergini, ma anche in alcune cure d'insegnamento presso la scuola superiore di agricoltura di Asuncion del Padre, di cui possiede i testi delle prediche tenute ad Anzano in Val Malvaglia e a Corzoneso, quand'era sacerdote in pastorazione, e di cui, rammemora il fervido contributo dato alla causa del Risorgimento italiano e la parte di primo ordine avuta nell'arringo giuridico e politico e nello studio dei problemi agricoli e ferroviari del Ticino; e infine del Fratello, il grande Mos, umanista e naturalista, sociologo e filosofo, figura di capo trib (Mos fu padre di tredici figli ed ebbe, compresi gli abbiatici, cinquantaquattro o cinquantacinque discendenti), di legislatore, quasi di profeta biblico, il cui nonne brilla tra i pi gloriosi della patria elvetica: ricordi, pensieri e venerazioni, quelli in cui vive o quelle che nutre il Bertoni, che dnno una idea dell'ambiente spirituale in cui  cresciuto e del clima interiore in cui trascorre gli anni della vecchiaia.
Diciamo a Brenno Bertoni, che da alcune settimane  entrato nell'82 anno d'et, la parola della deferenza e dell'affetto: e insieme esprimiamo il sentimento di gratitudine per l'opera di pensiero e di educazione da lui svolta durante la sua lunga e laboriosa esistenza, sentimento che, ne' riguardi dell'egregio Uomo, all'infuori di ci che possono essere i ricordi dei contrasti politici del passato,  generale nel paese.
Antonio Galli.
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CENNI BIOGRAFICI.
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Nato a Lottigna il 7 agosto 1860 da Ambrogio Bertoni, avvocato e notaio, e da Giuseppina Torriani, nata a Milano e appartenente a famiglia patrizia di Torre in val di Blenio.
Fece gli studi secondari a Bellinzona e a Lugano, e gli studi universitari di leggi a Ginevra.
Presidente, a Ginevra, di un gruppo goliardico libertario.
Avvocato nel 1883.
Redattore dell'Educatore della Svizzera italiana negli anni 1887-1888.
Fondatore del quotidiano politico La Riforma nel 1889, redattore del medesimo giornale fino al 1893 e poi collaboratore ordinario fino al 1898.
Nel 1890 prende l'iniziativa per la revisione della Costituzione cantonale (9.983 firme). Sopravviene la Rivoluzione dell'11 settembre. Seguono le Costituenti del 1891-1892 alle quali non fu candidato.
Implicato nel processo di Zurigo per i fatti dell'11 settembre 1890, e assolto, insieme agli altri imputati, eccetto il Castioni che venne condannato in contumacia.
Giudice di appello dal 1893 al 1901 e presidente della Camera criminale dal 1895 al 1901.
Deputato al Gran Consiglio nel 1901, e rieletto a pi riprese, ma a periodi intermittenti: tre volte presidente del Consiglio medesimo. Deputato al Consiglio Nazionale dal 1914 al 1920 e deputato al Consiglio degli Stati dal 1920 al 1936.
Membro delle principali commissioni delle Camere federali, in ispecie di quelle incaricate di riferire sui disegni pi importanti di riforme legislative e costituzionali.
Incaricato di preparare il progetto di una riforma della procedura civile, pubblica il testo degli studi preliminari (Repertorio di giurisprudenza patria), allestisce un primo disegno di riforma basato sopra la facolt indagatoria dei giudici, progetto che non viene accettato, e poi il codice vigente, basato sulle direttive fissate dalla Commissione dei periti, adottato nel 1899.
Membro della Commissione dei periti per la elaborazione del C.C.S.
Membro della Commissione dei periti incaricata di elaborare il disegno di riforma del C.F.O. (dal titolo XXIV al titolo XXXIII).
Incaricato dal Dipartimento cantonale della P. E, di curare la edizione dei libri di lettura e di preparare i testi di civica per le scuole.
Membro delle Commissioni di vigilanza e d'esame, nel periodo tra il 1893 e il 1900, per il Liceo e le Scuole normali.
Dottore honoris causa dell'Universit di Zurigo.
Professore di diritto all'Universit di Berna dal 1921 al 1928. Autore di un progetto di riforma della Costituzione ticinese, e membro della Costituente del 1921.
Membro, per molti anni, del Consiglio amministrativo della Fondazione Schiller.
Fondatore e membro della Federazione dei patriziati e poi dell'Alleanza patriziale ticinese.
Collaboratore, tra il 1878 e il 1884, del Gottardo, sotto lo pseudonimo di Cleobolo.
Collaboratore con articoli, novelle e poesie, dell'Educatore, dal 1884 al 1888, sotto gli pseudonimi di Camillo e Solitario.
Collaboratore della Rivista Patria e Progresso tra il 1887 e il 1889. Collaboratore della Vespa tra il 1884 e il 1888.
Collaboratore del supplemento domenicale della Riforma, tra il 1889 e il 1893, con articoli e poesie a firma Camillo.
Collaboratore del Dovere per oltre quarant'anni.
Collaboratore, nel 1898, della Piccola rivista ticinese fondata e diretta da Francesco Chiesa.
Collaboratore dell'Azione dal 1906 al 1911, dell'Azione radicale dal 1917 al 1919, della Gazzetta Ticinese, e, di tanto in tanto, per materie storiche e letterarie, del Corriere del Ticino.
Collaboratore del Repertorio di Giurisprudenza patria, del Calendario delle Camere federali, e del Ticino, organo della "Pro Ticino".
Redattore, nel 1892, dell'Helvetia, bollettino bimestrale della Societ degli studenti Helvetia Ticinese, e collaboratore del medesimo bollettino dal 1893 al 1901.
Collaboratore di giornali e riviste di oltre Gottardo, e di molti numeri d'occasione pubblicati da Societ goliardiche, da colonie ticinesi, da societ politiche e di tiro, da comitati patriottici, ecc.
Presidente della Commissione incaricata di preparare l'Antologia: Scrittori della Svizzera italiana, e autore della introduzione (Scrittori e oratori politici) al secondo volume della stessa.
Giureconsulto, giornalista, autore di importanti studi di carattere legislativo, storico, economico e politico.
Promotore e animatore del progresso culturale, civile, morale, economico del paese.
 UN PROFILO DI BRENNO BERTONI
(Da "Le confessioni di un visionario" di Alfredo Pioda, "narrazione socratica del processo di Zurigo per i fatti dell'11 settembre 1890"):
"...Ecco il direttore del giornale liberale che esce in Bellinzona: un viso lungo, una fronte alta e stretta, un naso bizzarro, uno sguardo fine e un risolino un po' freddo, che, a volte, per altro, diventa schietto e spensierato, gli dnno l'aria un che del Mefistofele, da cui trapela l'artista che, come voi sapete, non pu mai essere cattivo.
Acuto maestro in polemica: parole a volte taglienti come un rasoio, spesso di una ironia efficacissima, e, quando la mente si eleva a serene contemplazioni e l'animo  investito dall'impeto lirico, scultoree, aristocratiche nella prosa e pi nel verso.
Egli  una natura ricca, e non sapete sempre con chi parlate, se col giornalista, col poeta, con l'avvocato o che so io. Quando per avete imbroccato uno di questi individui, la conversazione  piacevolissima, copiosa di osservazioni e di trovate originali.
Deve avere momenti di paturnia singolare, e mi duole di non essere sua moglie, per non conoscerlo anche da questo lato, dacch al rasserenarsi dell'anima si devono rivelare certi gentili sentimenti reconditi, certi slanci fanciulleschi in quel primo chiarore, come spiccano meglio i fiori sotto la rugiada del mattino.
Nell'azione, di una nervosa energia, nella reazione, di una coraggiosa avventatezza, spende nell'una e nell'altra tutto l'animo suo, e cos arriva al termine emunto di forze; ci che lo fa procedere a scatti, come le lucertole.
Chi non lo considera che nel combattimento, dove naturalmente alcune sue qualit e abitudini non appariscono che in iscorcio, pu facilmente riuscire a un giudizio inadeguato di lui, lo pu giudicare piuttosto un Siva che un Vishn. Ma chi lo considera altres nello studio positivo e accurato di molte questioni pratiche da lui impreso e condotto felicemente a fine, non che nella sua attivit letteraria, pur troppo ancora come per incidenza, vi riconosce l'uomo che potr prestar buoni servizi al paese, anche quando un giorno pi sereno sorger sui nostri monti".
Alfredo Pioda.
 OPERE DI BRENNO BERTONI
Alcuni appunti al nuovo Codice civile ticinese (1883). - Studio pubblicato nel "Repertorio di giurisprudenza patria", e poi in estratto.
Ancora alcuni appunti al Codice civile ticinese (1883). - Studio pure apparso nel "Repertorio" e poi in estratto(1).
Sull'insegnamento delle lingue morte (lungo articolo uscito nella Revue scientifique del 1882, e in seguito pubblicato in opuscolo).
Sulla riforma dell'insegnamento primario (1888), conferenza tenuta a Bellinzona (pubblicata in opuscolo).
Della pubblica assistenza nel Cantone Ticino, considerazioni economiche, giuridiche e statistiche in rapporto alle particolari condizioni del Cantone, seguite da un progetto di legge (memoria premiata per concorso dalla Societ "Amici della educazione del popolo" e di Utilit pubblica), pubblicate in volume dagli Eredi C. Colombi, di Bellinzona, nel 1894.
Fiori alpini, versi, con prefazione di Alfredo Pioda (Eredi Carlo Colombi, Bellinzona, 1892).
Memoria circa le riforme essenziali della procedura civile (lettera al dr. Luigi Colombi, Consigliere di Stato, Direttore del Dipartimento di Giustizia). - Tip. Lit. Cant., Bellnzona, 1894. Opuscolo di circa 80 pagine di stampa, con tabelle e dati statistici.
Relazione della Commissione d'inchiesta sulle cause dei conflitto fra le Autorit forestali e le corporazioni patriziali. Memoria al Consiglio di Stato. - (Avv. Brenno Bertoni, relatore, ing. Gustavo Branca Masa, avv. Silvio Pozzi).
Cenni intorno alla stampa dei giornali nel Canton Ticino lungo studio preparato in collaborazione con Luigi Colombi su materiali in parte forniti da Emilio Motta, redatto da Brenno Bertoni e pubblicato in Die Schweizer Presse (1897).
Influenze italiane sulla stampa ticinese (pubblicato in Die Schweizer Presse nel 1933, e poi in opuscolo). Edizione in deposito presso la Carlo Colombi, Bellinzona.
Strenna poetica ticinese (due volumi con prefazioni di Brenno Bertoni e copertina di Pietro Chiesa, pubblicati nel 1897-98), Tip. Eredi Colombi, Bellinzona.
La questione aduliana nel quadro del nazionalismo moderno (opuscolo pubblicato nel 1932. - Istituto editoriale ticinese, Lugano-Bellinzona).
Sulle relazioni italo-svizzere (conferenza tenuta a Lugano nel 1912, sotto gli auspici della Societ svizzera dei Commercianti; esiste la pubblicazione in opuscolo - Soc. Arti grafiche Veladini, 1913).
Cenni storici sulla Valle di Blenio (conferenza tenuta al popolo bleniese - nel 1900 - in occasione del 4 centenario dell'annessione di Blenio alla Svizzera. - Bellinzona, Tip. El. Em. Colombi e C., 1901.
Scrittori e oratori politici ticinesi (introduzione al II volume dell'Antologia: Scrittori della Svizzera italiana). - Istituto editoriale ticinese - Bellinzona - 1936 (v. Cenni biografici).
Le istituzioni svizzere nel diritto pubblico e privato (in 2 vol. - 1903 - Soc. Unione Tipografica Editrice, Torino). Il primo volume (di 306 pagine)  opera di Brenno Bertoni; il secondo, di Angiolo Oliviero Olivetti.
Dal Generoso all'Adula, con prefazione di Giuseppe Motta, saggio di economia alpestre, Bellinzona, Istituto editoriale Ticinese, 1932.
Il problema economico e morale del villaggio ticinese (conferenza detta a Breno, nel 1926, in commemorazione di Oreste Gallacchi).
Commemorazioni di Alfredo Pioda e Carlo Battaglini (pubblicate in opuscolo), di Rinaldo Simen e di Demetrio Camuzzi.
Il Cantone Ticino e l'Austria negli anni 1854 e 1855 (prefazione al volume di Eligio Pometta dello stesso titolo).
La procedura tributaria ticinese (prefazione al volume dell'avvocato Amilcare Remonda, del medesimo titolo).
Stefano Franscini, uomo di Stato (conferenza tenuta a Bellinzona nel 1937, in occasione delle feste centenarie della Societ Demopedeutica).
I compiti della giovent nella veniente legislazione (prolusione tenuta all'Universit di Berna nel 1921).
Progetto di nuova Costituzione per il Cantone Ticino, preparato nel 1903 (v. Bertoni e Olivetti, Istituzioni svizzere), e presentato alla Costituente ticinese del 1921.
La morale del libero pensiero (conferenza tenuta a Malvaglia nel 1908), Opuscolo.
Un poco di questione agraria (lettera pubblica al prof. O. Rosselli).
Un'apologia sbagliata (lettera all'avv. Angelo Tarchini, a proposito di un libro su G. Respini).
Un libro rivelatore: Margherita Gerber-Blumer: Topografia, corografie e iconografie del Ticino. (Estratto dall'Educatore - Tip. Luganese Sanvito e C. - 1924).
Vita e coscienza ticinese, Tre conferenze tenute ai docenti nel 1932
La Costituzione del 1930 (studio storico-politico; incompleto e inedito).
Storia del Cantone Ticino (alcuni capitoli sono redatti; altri sono abbozzati; di altri ancora esiste solo qualche nota; il tutto  inedito).
OPERE GIURIDICHE
Progetto di procedura civile del 1899.
Progetto di legge sui raggruppamenti dei terreni del 1900.
Progetto di legge sui Consigli comunali del 1900.
Legge organica-giudiziaria del 1910 (membro della Commissione con Achille Borella e Giuseppe Motta, e relatore).
Leggi d'applicazione del C.C.S. del 1912 (relatore della Commissione dei periti composta di Achille Borella, Giuseppe Motta e Brenno Bertoni).
De l'acte authentique en droit civil suisse (co-rapport prsent  la Socit suisse des Juristes) - 1921.
La protezione dei minorenni nella nuova legislazione svizzera (conferenza tenuta al Circolo "Pro Cultura" di Como nel 1908, pubblicata nella "Rivista italiana di sociologia" di Roma - fascicolo maggio-agosto dell'anno 1909 - e poi uscita in estratto per cura della medesima Rivista).
Progetto di legge sulla economia alpestre (1934)
Traduzione, in collaborazione con Curzio Curti e Stefano Gabuzzi, del Codice civile svizzero.
Traduzione di parecchie importanti leggi federali.
LIBRI SCOLASTICI
Manuale di istruzione civica per le scuole secondarie (traduzione e adattamento del volume: Manuel d'instruction civique di Numa Droz) se ne fecero, tra il 1895 e gli ultimi anni, sei o sette edizioni, prima da Colombi, poi da Salvioni.
Sandrino, libro di lettura per le scuole (adattamento dei quattro volumi di Giov. B. Cipani, del medesimo titolo) - 1894-1895, Colombi, Bellinzona, edizione unica.
Lezioncine di civica per le scuole ticinesi, sei o sette edizioni, per cura prima di Colombi, poi di Salvioni.
Frassineto, lezioni di civica, con illustrazioni di A. Crivelli, Istituto editoriale ticinese, Bellinzona e Lugano, 1938.
OPERE INEDITE
Abbozzi e note per una Storia del Cantone Ticino e per uno studio sulla Costituzione del 1830.
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Ricordiamo, tra le pubblicazioni giornalistiche del Bertoni:
gli articoli su Froebel e Pestalozzi, sull'educazione professionale (orti scolastici, lavori manuali, tirocinio operaio, ecc.), su Spencer e l'educazione sociologica, su Il regolamento e il programma delle Scuole primarie, sull'indirizzo della Scuola normale e del Dip. di P. E. e sul miglioramento degli onorari ai docenti, pubblicati nell'Educatore tra il 1885 e il 1888 (questi ultimi continuati poi nella Riforma e nel Dovere);
gli articoli sull'istruzione civica e patriottica pubblicati in varia epoca nella stampa del Cantone;
gli articoli sulla questione scolastica (insegnamento scientifico, insegnamento agricolo, sulla Scuola nuova e sulla riforma delle scuole cantonali superiori) pubblicati nella Riforma tra il 1892 e il 1893);
gli articoli Per la istituzione di una Scuola federale di Belle Arti pubblicati nel Dovere del 1887;
il corso di conferenze per i maestri (Piano e monte, Bosco e pascolo, Educazione civica) tenuto nel 1932, apparso nel Dovere del medesimo anno, e raccolto in opuscolo nel 1933;
gli articoli apparsi nel Cantone e negli Annali universitari svizzeri sulla Questione universitaria ticinese, in varia epoca, specie dal 1920 innanzi;
i discorsi e gli articoli concernenti i sussidi a scopo di coltura per il Ticino, tenuti o pubblicati specie negli anni dal 1927 al 1930 (v. giornali del Cantone e rendiconti del Dipartimento di P. E.);
le Lettere dal deserto (una decina), riguardanti l'indirizzo delle scuole del Cantone, pubblicate nel 1900 nel quotidiano liberale Il Dovere. (Al dibattito parteciparono Romeo Manzoni con le sue Lettere dalla montagna, Alfredo Pioda con le Lettere dal piano e il prof. Martino Giorgetti con le Lettere dalla palude);
gli articoli di politica, di economia, di storia e di materie varie pubblicati nei giornali (specie nella Riforma dal 1889 al 1898 e nel Dovere), e i discorsi tenuti alle Camere federali dal 1914 al 1936 (v. Bollettino stenografico del Consiglio Nazionale e del Consiglio degli Stati) in buona parte apparsi nel Dovere.
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PARTE PRIMA.
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Ai giovani
(Prolusione)
 I.
Sui compiti della giovent ticinese
nella veniente legislazione(2)
Guarda il calor del sol che si fa vino
Giunto all'umor che dalla vite cola.
Dante. Purg. XXV. 77
 I.
Mentre l'Europa dolorante d'espiazione s'appresta alla revisione d'ogni suo valore morale ricostruendo un nuovo assetto politico; mentre la Svizzera sente venire, inquieta, una di quelle profonde crisi che la travagliarono ogni qualvolta fu scosso l'ordine morale d'Europa; mentre tutto ci avverte della legge connaturata ad ogni organismo: "O rinnovarsi o perire", non sia detto che la giovent ticinese si stia moralmente inerte e s'apparti dai grandi doveri dell'umanit, come "l'anime tristi di coloro - che visser senz'infamia e senza lode".
Una Costituente  convocata(3).
Come sia nata gi lo disse uno spirito solerte. Non ondata rivoluzionaria, non impeto di passioni, non fervore d'apostolato la gener. Logicamente essa non pu giustificarsi che da un bisogno radicato nella profondit del subcosciente di procedere, dopo novant'anni dalla memorabile riforma del trenta, ad un bilancio di revisione nel quale i problemi ed i valori della nostra vita pubblica fossero di nuovo affacciati ed esaminati nel loro complesso, non a sbrendoli, dall'alto e non dal basso, fornendo occasione ai partiti storici, (ch'io amo chiamare partiti naturali), di ritrovare la loro giusta direttiva, in conformit della loro natural funzione.
 possibile che la Costituente, come opinano i pessimisti, non riesca a verun risultato di diritto positivo e cio che la sua opera non incontri il suffragio popolare, o che per ottenerlo sacrifichi se stessa alla mediocrit.
Ma se anche non ad altro arrivasse che ad un testo unico ed organico, il quale fornisse al popolo l'idea esatta della Costituzione e l'esatta nozione dell'organamento e dei compiti dello Stato, questo gi sarebbe, di fronte all'attuale caotico conglomerato di testi contradditori, un risultato ed un mezzo di politica educazione.
D'altronde, se il risultato sar modesto nelle sue conseguenze immediate, od anche nullo, la Costituente avr avuto un grande valore morale se avr servito ad eliminare dalle aspirazioni dei partiti ci di cui avr dimostrato la pratica impossibilit e se servir a meglio illuminare la giovent sopra le sue direttive future. In questo senso se la Costituente non sar un punto d'arrivo sar un punto di partenza.
Vi sono nella nostra vita pubblica molte eredit del passato che occorre liquidare, molti equivoci che occorre dissipare, molte frasi fatte che non hanno pi contenuto.
Una larga ed elevata discussione servir, se non al presente, all'avvenire. Ad un popolo non si noverano gli anni. Noi abbiamo oggi una giovent promettente. Meglio istruita di quella dei miei tempi, essa ha assistito al pi tremendo dramma della storia, essa arriva in un momento di pericolo per le sorti della patria, minacciate dalla rivoluzione sociale, in un momento d'angoscia per le sorti stesse della civilt europea, insidiata da una rinnovata barbarie dall'oriente e dalla schiavit economica d'occidente, e questa giovent pu trovare nella Costituente il terreno della sua azione futura; un terreno sul quale discenda dalle nuvole dell'astrazione senza tuttavia infangarsi nella mota di quei pettegolezzi nei quali fatalmente scivola la vita politica di una democrazia quando le manchi l'afflato delle grandi idee.
Ed invero, riesca l'opera della Costituente o meno, rimarranno i compiti legislativi che la nuova generazione dovr risolvere. Presi nel loro complesso questi investono tutta la materia del diritto pubblico, privato ed amministrativo in quanto non sia compito della Confederazione: ed anche nel campo federale il Cantone Ticino ha la sua parola da dire: non solo in quanto Cantone, ma in quanto elemento etnico e colturale della Svizzera. Ora questi compiti sono divenuti in questo dopoguerra pi grevi che mai, poich mai, dalla rivoluzione francese in poi la Svizzera, l'Europa, il Mondo si trovarono di fronte a pi formidabili problemi, mai a s misteriose incognite.
Noi vecchi che abbiamo, bene o male, sostenuto la nostra parte nell'opera sociale dobbiamo grado grado rimetterne la cura ai venienti. Occorre allora che la novella generazione senta tutto il peso della sua responsabilit e s'investa della grandezza e della bellezza del suo compito. Non umili tempi attendono voi, o giovani, ma ore magnifiche, ore tragiche forse!
 II.
Per accingersi a tanta impresa conviene prendere le cose dall'alto. Convien risalire ai principii generali, ai fattori psichici e storici della nostra coscienza politica, dei nostri partiti politici. Tutti sentono il bisogno della collaborazione: ma la collaborazione non  possibile senza reciproca comprensione. Alla generazione cui appartengo questa comprensione reciproca  mancata troppo sovente, non tanto per eccesso di passione quanto per difetto di studio. Ognuno di noi fu discepolo di una dottrina esclusivista e dogmatica la quale considerava l'avversario politico come un nemico della societ, la sua dottrina come incompatibile con l'ordine sociale. Ma questo modo di vedere era falso.
L'opera sociale di una democrazia, la profilassi di una repubblica esigono che i partiti sieno considerati per quello che realmente sono secondo l'esperienza di tutti i paesi e di tutti i tempi, e cio come fenomeni naturali, come apparizioni sociali la cui generalit e la cui persistenza li giustifica come necessari ed inevitabili. Ora ci che la natura ha creato come cosa costante non pu non essere conforme alla legge di conservazione n alla legge di evoluzione.
La tendenza rappresentata dal nostro avversario politico  dunque necessaria al pari della nostra. L'evoluzione, il progresso non si possono compiere senza il concorso d'entrambe.
Come il mondo cosmico si regge per virt di equilibrio fra le forze statiche e le dinamiche, fra le forze centrifughe e le centripete, cos nella vita spirituale dell'individuo umano ogni condotta  il risultato di una ponderazione, cio ancora di un equilibrio, tra il pro ed il contro di ogni azione volitiva. Non altrimenti avviene e deve avvenire nel corpo sociale, nell'Assemblea politica. Anche qui esistono impulsi e prudenze, ardimenti e timori, contrasti fra le ragioni dell'essere e quelle del divenire, tradizioni storiche ed aspirazioni verso il rinnovamento. Una repubblica che non racchiudesse in s queste vigorie cozzanti sarebbe come un'automobile che mancasse di motore o di freno. Nel primo caso rimarrebbe risibile istrumento, nel secondo caso precipiterebbe alla catastrofe al primo declivio.
Ponga mente la giovent a questo "fondamento che natura pone" ed imparer a stimare il proprio avversario, senza cessare di essere suo avversario, ed a collaborare con esso.
Senza cessare di essere suo avversario, dico, perch il funzionamento di questo meccanismo etico esige la pi grande sincerit. Ciascuno scelga la sua funzione secondo che la natura "dentro gli va significando", ma se mancasse di sincerit nell'opera sua, nel suo atteggiamento, se seguisse le vie torte e le traverse, invece che la via dritta, tradirebbe il proprio dovere. Ci che avverr, sia detto a onore del vero, pi frequentemente per leggerezza e dilettantismo che per voluta malvagit.
 III.
La vita politica delle terre ticinesi come stato libero ed autonomo comincia con l'Atto di Mediazione.
Fin dai primi tempi il Cantone Ticino fu travagliato da crisi politiche profonde determinate da due fattori: la tradizione guelfa e conservatrice, l'impulso filosofico e dinamico.
Le terre ticinesi dovevano le loro secolari franchige, la loro relativa indipendenza, la loro esperienza democratica all'opera guelfa, potentemente aiutata dalle organizzazioni chiesastiche, ma il Cantone come tale and debitore della sua libert politica e della stessa sua formazione ad un impulso novatore e filosofico, cio alla Rivoluzione francese per cui caddero i baliaggi, alla mediazione del Primo Console che ricostitu l'ordine nel caos giacobino dell'"Elvetica". Il contrasto fra questi due fattori  gi manifesto e assoluto durante gli anni di gestazione, dal 1799 al 1802 - e non ha mai cessato per un giorno solo fino ad oggi.  da esso che si determinarono le tendenze dei due partiti storici nelle questioni pi fondamentali: i rapporti dell'individuo con lo Stato, i rapporti dello Stato con la Chiesa, quelli dell'uno e dell'altro con la scuola. Sarebbe immagine troppo grossolana il dire che la tradizione guelfa e democratica ha fornito la materia prima del nuovo Stato e che la dottrina filosofica le diede la forma e la vita. Certo  che senza la tradizione guelfa il Cantone non avrebbe potuto salvarsi nel 1810 quando il Bonaparte lo voleva aggregare al Regno d'Italia, n senza lo spirito liberale avrebbe potuto resistere all'opera dissolvente della Ristaurazione dal 1814 al 1830.
Tosto dopo questo periodo, ma pi chiaramente dal 1837, s'accentua il dissidio fra la Chiesa e lo Stato, culmina nella secolarizzazione dei conventi, nella statizzazione dell'insegnamento, e nella legge giuseppinista del 1855 per poi sedarsi nelle Convenzioni del 1886.
In questi litigi le forze contrastanti sono, "a voler dire lo vero", perfettamente legittimate in causa. Entrambe perseguono uno scopo ideale, ossia il bene della collettivit. Non era colpa degli uomini se vedevano le cose da punti di vista assai lontani. Il contrasto stava nella natura intima delle cose e la distanza non l'avevano creata loro.
Nocquero per al naturale svolgimento delle cose due fattori estranei. Da una parte il clero ticinese non poteva sottrarsi alla influenza dell'ambiente italiano dove si era formato, ed in Italia da Napoleone in poi era cominciato e sempre pi si acutizzava l'insanabile conflitto del potere temporale, che poneva di fronte come nemici l'idea statale e l'idea religiosa. Nel Ticino per ripercussione la formazione statale incontr nel clero una prevenzione che negli altri cantoni cattolici non esisteva od in molto minor grado. Dall'altra parte gli zelatori dello Stato furono alla loro volta influenzati dallo spirito giacobino, e se con la legislazione non si dipartirono dalla libert dei culti pi di quanto richiedessero le circostanze, nella loro propaganda privata, specie negli ultimi tempi, si ispirarono ad idee e ad esempi affatto inattuabili nel Cantone, od almeno inopportuni, come gi era successo ai tempi della Repubblica una ed indivisibile.
 da queste influenze eterogenee che le lotte politiche furono particolarmente inciprignite. Ma dovrebbe bastare la conoscenza del male per trovarne il rimedio.
Accanto a questi motivi di dissensi altri apparvero sporadicamente a proposito dell'organizzazione interna dello Stato: il particolarismo guelfo da una parte, l'uniformismo giacobino dall'altra. Qui come altrove successe talvolta che il guelfo combattesse con armi giacobine, o viceversa, ci che non cambia alla natura delle cose; ci prova soltanto che talvolta gli uomini non si rendono esatto conto dell'origine delle loro idee. Se la conoscessero, sarebbero pi rispettosi dell'idea altrui.
 IV.
Bisogna ora avvertire che in tutti questi conflitti di tendenze,  proprio dei popoli forti il saperne accettare ad un dato punto i risultamenti, cosicch uno stato di fatto che in origine  stato imposto da una maggioranza ad una minoranza  finalmente accettato nel senso che si rinuncia a discutere del passato per provvedere all'avvenire. Tutta la formazione del diritto pubblico romano  una serie di transazioni alla fine di una lotta.  invece carattere sicuro di debolezza e sintomo d'impotenza quando le fazioni perpetuano all'infinito le medesime contese e rimettono di continuo in discussione le controversie gi risolte. Attardarsi nelle ore dell'azione a discutere ci che si sarebbe dovuto fare  mostrare inettitudine al fare. Rinfacciarsi all'infinito gli errori (veri o supposti) del passato sar prova di sentimento, ma  prova di mancanza di idee.
Le quali cose considerando la giovent eviter di indugiarsi alle cose morte per porre mano alle vive.
 V.
Se ora ci facciamo a considerare le vecchie controversie con criteri moderni noi troviamo che i cattolici ticinesi non accampano alcuna rivendicazione contro lo Stato e lo Stato non pretende pi nulla dalla Chiesa. Il principio della Chiesa di Stato  morto. L'assetto diocesano esula dalla sovranit cantonale. Appena rantola ancora nei comuni qualche strascico di contesa circa le spese di culto. Unico ostacolo serio ad un accordo definitivo rimane la questione del catechismo nelle scuole.
Negli altri cantoni essa  una questione praticamente risolta. Si ammette da una parte essere l'insegnamento religioso nelle scuole una tradizione troppo antica e radicata perch si possa divellere con un semplice sillogismo logico. D'altra parte tale insegnamento  perlopi ridotto alla "Storia sacra" come quella ch' comune alle due confessioni principali e che interessa conoscere anche all'incredulo. La Costituzione federale provvede a che nessuno sia obbligato di sentire questo insegnamento se non corrisponde alla propria credenza.
Non molto diverse sono le soluzioni accettate in altri Stati esteri. Ci che vi  di particolare fra noi,  che l'insegnamento sia dato non dal maestro, ma dal prete, misura che si vorrebbe giustificare dalla libert di coscienza del maestro stesso.
Sul terreno della pratica per molti dubitano della efficacia religiosa di questo insegnamento e si chiedono se non sia di pregiudizio a quello che l'ecclesiastico potrebbe efficacemente dare in chiesa. Ond' che se noi indaghiamo il fondo delle cose noi troviamo che tale ora di catechismo serve piuttosto di insegna materiale ad una questione pi delicata e profonda. Nell'odierno conflitto filosofico si comprende come i credenti, che sono la grande maggioranza, intendano a conservare all'insegnamento scolastico in genere un carattere cristiano, perch temono dell'assalto anti-cristiano del positivismo materialista (o pseudo scientifico) e dell'energetismo ultra moderno che  la negazione assoluta ed antitetica del cristianesimo.
Un tentativo di accordo sarebbe possibile se da una parte si volesse rinunciare ad una formalit esterna di assai dubbio valore pratico e dall'altra si riconoscesse, ci che storicamente e filosoficamente non si pu disconoscere: l'alto valore politico-sociale del cristianesimo, che  alla fin fine il presupposto logico e il precursore della democrazia cos nel campo politico che in quello sociale...
Vi  in ci una questione delicatissima che va esaminata senza partito preso. Probabilmente essa non pu essere risolta in via di legislazione. In ogni modo poco gioverebbe la legge ove mancasse la reciproca buona volont, ma appunto per questo una discussione serena sul campo strettamente pedagogico potrebbe essere feconda di buoni risultati.
 VI.
Sgombrate da noi queste dannose some mi sembra vedere aperto il campo ad un pallio meraviglioso nel quale le nuove generazioni possano dar sfogo a tutta la loro vigoria, far gara di nuovi inusitati assalti e collaborare, anche lottando, a nuovi fini comuni.
Occorrer innanzitutto convincersi che il Cantone nostro si trova di fronte alla rovina economica.
La sua industria  nulla, e poco ormai potr giovargli una tardiva revisione delle tariffe ferroviarie ora che l'intiera industria svizzera  pericolante per le mutate condizioni d'Europa. La sua agricoltura  paralizzata dallo sminuzzamento della propriet, giunto al punto da non aver paragone nel mondo. La sua pastorizia si dibatte fra le difficolt dell'esportazione e la quasi insanabile decadenza dei pur vasti e fragranti pascoli delle alpi. La sua emigrazione stessa sembra condannata a morte dal nazionalismo straniero, dal corporativismo rinascente sotto la specie del sindacato e pi ancora dalla inevitabile decadenza dell'arte muraria.
E noi non sapremo far meglio che esaurirci come i cittadini di Bisanzio, in vecchie disputazioni cento volte ripetute?
No. Noi dobbiamo por mano al riordinamento scolastico, sfrondandolo di quei rami che solo la prosperit trionfante dell'avanguerra aveva potuto legittimare.
Noi dobbiamo rendere pi agile l'ordinamento giudiziario, non con riforme all'impazzata, ma prendendo norma dalla nostra e dall'altrui esperienza. Il disbrigo delle cause deve essere reso pi sollecito; la giustizia amministrativa deve uscire dall'arbitrio; la giustizia tributaria deve uscire dal caotico!
Il problema dell'assistenza pubblica, che si trascina da generazione in generazione nel pi lamentevole empirismo, deve finalmente trovare un assetto conforme all'indole del paese, contemperando la tradizione con l'aspirazione.
L'organamento amministrativo deve essere riordinato e ristaurato, uscendo dalla neghittosa praticaccia degli schiva-fatica e degli schiva-responsabilit, senza d'altronde abbandonarsi al dilettantismo facilone di chi crede risolvere i problemi di stato con le frasi fatte, colle improvvisazioni, con le copiature.
Grandissima parte della futura attivit dello stato  richiesta da tutto un nucleo di questioni connesse, dalla soluzione delle quali dipende tutto il nostro avvenire economico.
La bonifica dei nostri terreni da prato, la ricostruzione dei poderi da secoli dissolti nel frazionamento, la ricostituzione dei vigneti, l'assetto delle nostre selve e foreste, la sistemazione delle nostre forze idrauliche, il catasto geometrico di tutti i nostri terreni, la creazione del registro fondiario, base del credito fondiario, la redenzione ed utilizzazione delle immense distese pascolive dei nostri monti, abbandonate, distrutte, invase da vegetazioni parassitarie, rese quasi deserte, ecco un compito sufficiente per due generazioni di lavoratori, consci dei doveri (e non solo dei diritti) che il cittadino ha verso la patria!
Questi problemi son l'un l'altro collegati e formano un solo complesso, che si pu chiamare la razionale sistemazione della vita economica del Cantone Ticino. Avvegnacch giovi il proclamarlo, il nostro paese non ha una base economica propria. La nostra agricoltura, che gi nel secolo XVIII, a testimonianza di C. V. Bonstetten, era in condizioni lamentevoli, non ha mai spinto la sua ambizione al disopra di un prodotto povero e quasi accessorio, contando pi sull'importazione granaria che sulla produzione propria. Gli abitanti delle nostre campagne traggono da secoli la loro attivit sui mercati esteri; le pi belle case dei nostri villaggi sono fatte con capitali attinti all'estero e che poi si squagliano, al ritorno dell'emigrante, in meno di due generazioni.
Il nostro suolo non  ricco, ma abbondante, i pendii delle nostre montagne potrebbero fornire gran dovizia di verdeggianti foreste e di pascoli opimi, le acque spumeggianti del nostri torrenti sono una lusinghiera promessa di future ricchezze. Tutto ci sarebbe cagione delle migliori speranze, dei pi arditi disegni, ma la coscienza manca, ma il pensiero manca di ci che dovria essere la rigenerazione del paese.
Mettere in valore le nostre ricchezze latenti, tale dovria essere il programma politico-sociale delle generazioni venienti; nel quale programma avrebbe grandissima parte la scienza della legislazione, la quale, a testimonianza di Filangeri, non si apprende che da uno studio severo delle condizioni storiche e delle condizioni sociali di un paese.
N si tema da alcuno che questi compiti d'ordine materiale manchino di grandezza spirituale. Le forze dello spirito trovano, al contrario, il loro alimento ovunque sia opera feconda di progresso umano. Esse si impaludano fatalmente nel pettegolezzo o nel misticismo l dove taccia il lavoro; esse si elevano a misura che ferve l'opera sociale.
Nulla ambizione  pi legittima di questa ad ogni partito, di dar l'impronta dei propri ideali trascendenti al lavoro sociale della sua epoca. L'azione cattolica e l'azione filosofica saranno le benvenute ciascuna ad illuminare della propria luce, a riscaldare del proprio calore l'opera materiale della ricostruzione economica della patria zolla.
Con immagine magnifica l'Alighieri simboleggia nel grappolo turgido di futuro vino la fecondazione della terra ad opera del sole. Anche la nostra umanit ha come la vite le sue radici nella terra, anch'essa ha bisogno che la luce dell'ideale la riscaldi e la fecondi.
 Progetto di una costituzione cantonale
per il Cantone Ticino(4)
 TITOLO I
Sovranit e territorio dello Stato.
Art. 1. - Il Cantone Ticino  una repubblica democratica facente parte della Confederazione svizzera.
La sua sovranit non  limitata che dalla Costituzione federale.
Art. 2. - Il territorio del Cantone  inalienabile. I suoi Distretti sono: Mendrisio, Lugano, Locarno, Vallemaggia, Bellinzona, Riviera, Blenio e Leventina.
La giurisdizione territoriale dei distretti e comuni pu essere modificata per legge.
La legge stabilisce le altri divisioni territoriali.
Bellinzona  la capitale del Cantone. Lugano  la sede del Tribunale cantonale.
 TITOLO II.
Esercizio della sovranit.
Art. 3. - La sovranit risiede nell'universalit del popolo. Essa  esercitata dai cittadini aventi diritto di voto, direttamente con le votazioni ed elezioni popolari, indirettamente mediante la nomina di rappresentanti.
Art. 4. - L'esercizio diretto della sovranit popolare consiste:
a) nell'elezione dei rappresentanti del Cantone al Consiglio degli Stati;
b) nel dare il voto del Cantone in quanto sia richiesto dalla Costituzione federale;
c) nell'esercizio del diritto di iniziativa in materia legislativa e costituzionale;
d) nell'approvazione dei testi costituzionali elaborati dalla Costituente o dal Gran Consiglio;
e) nell'esercizio del diritto di referendum;
f) nelle votazioni di carattere comunale, sotto riserva dell'istituzione di Consigli comunali.
Art. 5. - L'esercizio indiretto della sovranit consiste:
a) nell'elezione del Gran Consiglio e della Costituente;
b) nell'elezione del Consiglio di Stato (Governo);
c) nelle elezioni giudiziarie non riservate a particolari autorit;
d) nelle elezioni comunali in genere.
Art. 6. - Le votazioni ed elezioni popolari hanno luogo per Comune ed a scrutinio secreto. La legge favorir nei modi opportuni la partecipazione agli scrutini e la libert e secretezza del voto.
Nelle votazioni (esercizio diretto della sovranit) prevale la maggioranza dei voti.
Per la maggioranza si intende la met pi uno del numero dei cittadini che hanno effettivamente preso parte alla votazione (maggioranza assoluta).
Art. 7. - Le elezioni di persone avvengono secondo i casi prescritti dalla presente Costituzione col sistema proporzionale od a maggioranza.
Quando la Costituzione prescrive la maggioranza, si intende sempre la maggioranza assoluta pel primo scrutinio, la maggioranza relativa in caso di ballottaggio.
L'elezione dei deputati al Consiglio degli Stati  fatta a maggioranza per Circondario unico, ogni tre anni.
Art. 8. - Hanno diritto di voto a partire dai 20 anni compiuti e lo esercitano nel Comune di domicilio:
a) i cittadini ticinesi domiciliati nel Cantone;
b) i cittadini confederati in conformit della Costituzione federale;
c) I cittadini ticinesi residenti all'estero che volontariamente mantengono il fuoco nel loro Comune di origine e vi pagano da almeno cinque anni le imposte esercitano il diritto di voto nel Comune medesimo. La legge potr loro facilitare il diritto di voto in altro modo.
Art. 9. - I casi di esclusione dal diritto di voto per incapacit naturale e per effetto di fallimento o di pignoramento infruttuoso sono definiti dalla legge.
In materia comunale sono inoltre esclusi coloro che da due anni e malgrado atti esecutivi sono renitenti al pagamento delle imposte comunali.
 TITOLO III.
Diritti e garanzie dei cittadini.
Art. 10. - La Costituzione  la legge suprema dello Stato. Nessuna legge od Autorit  superiore ad essa.
Art. 11. - Tutti i cittadini sono uguali dinanzi la legge. Non vi  nel Cantone privilegio di luogo, di nascita, di persona, di ceto, di fro, di famiglia.
Art. 12. - La libert della persona  garantita. Nessuno pu essere arrestato fuori dei casi e dei modi previsti dalla legge, n detenuto oltre 24 ore senza essere interrogato dal magistrato competente.
 dovuta un'indennit a chi, senza sua colpa, sia stato ingiustamente detenuto.
Non c' pena senza legge.
Art. 13. - Nessuno pu essere sottratto al suo giudice naturale. Sono riservati i casi di proroga di competenza secondo le leggi di procedura.
Art. 14. - Il domicilio  inviolabile. Nessun funzionario od agente della forza pubblica pu penetrare nell'abitazione di un cittadino contro la volont del medesimo, o di chi lo rappresenta, n praticarvi perquisizione o sequestro se non nel casi e nelle forme previste dalla legge.
Art. 15. - La libert di credenza e di coscienza ed il libero esercizio dei culti sono garantiti nel senso della Costituzione federale.
Art. 16. - I rapporti dello Stato con la Chiesa cattolica sono determinati dalle Convenzioni. All'infuori di queste lo Stato si attiene al principio della separazione e del diritto comune.
Art. 17. - La libert di insegnamento  garantita; tuttavia la legge deve esigere dall'insegnante delle prove di capacit.
Art. 18. - Il diritto di manifestazione e propaganda delle opinioni  garantito nei limiti dell'ordine pubblico e dei buoni costumi.
La libert di stampa e di riunione  garantita secondo gli art. 55 e 56 della Costituzione federale.
Art. 19. -  garantito il diritto di petizione. Ogni petizione al Gran Consiglio deve essere sottoposta all'esame di una commissione.
Art. 20. - La libert di domicilio ai cittadini di altri cantoni  garantita secondo l'art. 45 della Costituzione federale.
I cittadini ticinesi possono prendere domicilio o dimora in qualsiasi parte del Cantone, mediante deposito di un atto di origine o di altro corrispondente ricapito.
Le persone cadute in modo permanente a carico della pubblica assistenza possono essere rinviate al Comune od al Cantone che vi  tenuto.
Art. 21. - La libert del commercio e dell'industria sono garantite secondo l'art. 31 della Costituzione federale.
Le restrizioni riservate da detto articolo ai Cantoni non possono esser fatte che in via di legge.
Art. 22. - L'esercizio della medicina, della chirurgia, della farmacia, dell'avvocatura, del notariato deve essere condizionato ad un esame di capacit.
Altre professioni possono essere assoggettate per legge alla medesima condizione.
Art. 23. - La propriet  garantita.
Sono riservate le misure circa l'espropriazione o la limitazione dell'uso per causa di utilit pubblica.
Art. 24. -  garantita la libert del lavoro, nei limiti dell'art. 34 della Costituzione federale. Lo Stato riconosce il principio del riposo settimanale e prende le necessarie misure, perch nessuno sia astretto ad eccessi di fatica nocevoli alla salute.
Art. 25. - La libert del matrimonio  garantita secondo l'articolo 54 della Costituzione federale.
 TITOLO IV.
Compiti e poteri dello Stato.
Art. 26. - Lo Stato  un ente giuridico. Suo scopo  l'indipendenza della patria, il giusto equilibrio fra gli interessi delle regioni e delle classi sociali, la garanzia dei diritti individuali, il mantenimento dell'ordine e la tutela di tutti gl'interessi collettivi, particolarmente di quelli a cui non pu provvedere sufficientemente l'iniziativa privata.
Art. 27. -  dovere morale di ogni cittadino di favorire l'interesse generale dello Stato e del Comune.
L'obbligatoriet del servizio militare  regolata dalla Costituzione federale.
La legge pu rendere obbligatoria l'accettazione di determinate cariche o la partecipazione a determinate votazioni.
Art. 28. - Lo Stato promuove e dirige l'istruzione pubblica primaria, secondaria e professionale.
Le scuole pubbliche devono essere laiche e stare esclusivamente sotto la direzione del potere civile. Esse devono poter essere frequentate dagli aderenti di qualsiasi confessione senza pregiudizio della loro libert di credenza e di coscienza.
L'istruzione primaria  gratuita ed obbligatoria.
La legge provveder a che il materiale scolastico primario sia fornito gratuitamente o al minor prezzo possibile.
L'istruzione primaria deve essere sufficiente ai bisogni pratici della vita.
Art. 29. - Lo Stato prender speciali provvedimenti per l'educazione dell'infanzia abbandonata.
Art. 30. - Lo Stato cura gli interessi della sanit pubblica. Esso sussidier gli stabilimenti cantonali a ci dedicati ed appogger gli sforzi dei Comuni e dell'iniziativa privata a questo senso.
Lo Stato veglier alla repressione dell'alcoolismo.
Art. 31. - La capacit di lavoro degli abitanti  d'interesse pubblico. Perci lo Stato provveder all'insegnamento professionale con particolare riguardo all'agricoltura ed alle arti edilizie. Esso curer anche gli interessi economici e morali dei ticinesi emigranti.
Vi sar un Ufficio del lavoro e dell'emigrazione.
Art. 32. - L'assistenza dei poveri incombe ai Comuni ed allo Stato. Questo dovr provvedere prevalentemente per le forme di assistenza spedaliera (manicomi, tubercolosari, cura medica urgente e malattie croniche).
I Comuni la cui popolazione non raggiunge i 2000 abitanti di popolazione domiciliata devono essere uniti in consorzio per ci che concerne l'assistenza. La costituzione dei consorzi  lasciata di regola alla libera contrattazione dei Comuni, sotto la vigilanza dello Stato il quale potr imporre delle misure coercitive.
La legge stabilisce le condizioni secondo le quali l'assistenza incombe al Comune di origine o di domicilio riservati gli obblighi del Patriziato.
Art. 33 - Lo Stato promuove od appoggia le opere di comunicazione o viabilit.
Il contributo dello Stato  proporzionato all'interesse che presentano per la generalit o per una parte considerevole del paese.
Art. 34. - Lo Stato curer, in quanto non sia di esclusiva competenza federale, la polizia delle acque pubbliche; promuover la correzione dei fiumi e dei torrenti di montagna, appogger le opere di rimboschimento.
La legge provveder al miglioramento dell'agricoltura e della pastorizia, favorir il raggruppamento dei fondi, la formazione dei catasti e le condizioni del credito fondiario, particolarmente per i fondi agricoli.
Nell'esecuzione delle opere idrauliche e forestali gli interessi della pastorizia e della praticoltura di montagna dovranno essere contemporaneamente favoriti.
Art. 35. - Le forze idrauliche e la loro trasmissione col mezzo dell'elettricit, sono sotto la sorveglianza dello Stato.
Lo Stato pu operarne l'espropriazione od istituirne il monopolio, salvo le disposizioni della Costituzione federale.
Art. 36. - Le imposte sono stabilite per l'utilit pubblica generale.
Nessun esonero pu essere stabilito se non temporaneamente nell'interesse della pubblica prosperit od a favore di opere pie.
La rendita del lavoro deve essere meno gravata della rendita della sostanza.
La sostanza stabile deve essere meno gravata che la mobile. La legge d'imposta deve favorire il credito fondiario.
Sar istituito l'inventario obbligatorio per tutte le successioni.
 TITOLO V.
Sezione I.
I poteri dello Stato.
Generalit.
Art. 37. - Nessuna carica pu essere conferita a vita.
Nessuna autorit pu avere dei poteri indeterminati.
I poteri sono separati nelle loro funzioni.
I poteri di un'autorit non possono essere delegati ad un'altra, se non nei casi previsti dalla legge.
Art. 38. - L'osservanza scrupolosa della Costituzione e delle leggi  il primo dovere di qualsiasi autorit.
Le autorit sono responsabili del loro operato, secondo le forme ordinate dalla legge.
I funzionari sono responsabili dei danni causati dai loro atti illeciti.
Lo Stato e gli enti comunicativi sono responsabili sussidiariamente per i propri funzionari.
Art. 40.(5) - Una medesima persona non pu coprire una funzione amministrativa ed una giudiziaria, eccezione fatta per le funzioni della giustizia amministrativa. (Vedi art. 57).
Una medesima persona non pu coprire due cariche amministrative o giudiziarie l'una subordinata all'altra.
In ogni caso di incompatibilit l'accettazione di una seconda carica implica decadenza dalla prima.
Sezione II.
It potere legislativo.
Art. 41. - Il potere legislativo  esercitato dal popolo mediante l'iniziativa ed il referendum e dal Gran Consiglio.
Capo I.
Esercizio popolare diretto. (Iniziativa e referendum).
Art. 42. - L'iniziativa popolare  il diritto di proporre al Gran Consiglio l'accettazione, l'elaborazione, la modificazione o l'abrogazione di una legge.
La domanda deve essere firmata da almeno 5000 cittadini attivi. Essa deve specificare esattamente lo scopo della iniziativa.
Se la domanda concerne l'elaborazione di una legge essa ne potr contenere il testo completamente elaborato.
Art. 43. - Se la domanda chiede, in forma di proposta generica, l'elaborazione di una legge nuova o l'abrogazione di una vigente, il Gran Consiglio deve elaborare il progetto nel senso della domanda.
Ha per la facolt di contrapporvi un suo proprio progetto, sulla medesima materia, da sottoporsi concorrentemente alla votazione popolare, oppure di fare, con un proclama al popolo, una raccomandazione in senso opposto alla domanda.
Art. 44. - Se la domanda presenta un progetto completamente elaborato, questo dovr venir sottoposto tale e quale alla votazione popolare, riservate al Gran Consiglio, se non vi aderisce, le facolt di cui all'articolo precedente.
Art. 45. - Se la domanda chiede l'abrogazione pura e semplice di una legge vigente, il Gran Consiglio pu fare una raccomandazione in senso opposto alla domanda e deve promulgare le eventuali disposizioni transitorie per il caso di abrogazione.
Art. 46. - Nel caso in cui il Gran Consiglio abbia elaborato un progetto di opposizione a quello di iniziativa popolare si proceder a due votazioni popolari. Nella prima si porranno in opposizione i due progetti, nella seconda si voter definitivamente sul progetto che sar stato preferito.
Art. 47. - Le leggi ed i decreti legislativi emanati direttamente dal Gran Consiglio, che abbiano un carattere obbligatorio generale, e non siano di natura urgente, o che importino una spesa superiore a Fr. 300,000 devono essere sottoposti alla votazione popolare per l'accettazione od il rifiuto quando ci sia domandato da 5000 cittadini aventi diritto di voto entro un mese dalla loro pubblicazione.
Art. 48. - Nel caso dell'articolo precedente il Gran Consiglio  autorizzato a richiedere, insieme alla votazione sul complesso di una legge, una simile sopra singoli punti della stessa.
Art. 49. - Il Gran Consiglio pu sottoporre al popolo in via consultativa ed eventuale, determinate questioni da risolversi in via costituzionale o legislativa.
Capo II.
Esercizio per rappresentanza. Il Gran Consiglio.
Art. 50. - Il potere legislativo in quanto non sia direttamente esercitato dal popolo, appartiene ad un Gran Consiglio eletto in ragione di un deputato per ogni 1500 anime di popolazione domiciliata.
La frazione superiore alla met  calcolata come un intiero.
Art. 51. - La nomina dei deputati al Gran Consiglio ha luogo col sistema del voto proporzionale con facolt all'elettore di votare per candidati di diversi gruppi.
Il quoziente elettorale  costituito dalla somma dei voti ottenuti dai diversi gruppi nel rispettivo circondario diviso per il numero dei deputati da eleggersi.
Art. 52. - I circondari devono possibilmente corrispondere a divisioni naturali o storiche. Ogni distretto forma almeno un circondario.
Art. 53. - Le liste di diversi circondari portanti la medesima designazione hanno diritto, sommando le frazioni non rappresentate, ad un riparto suppletorio per tutto il Cartone, come circondario unico.
I gruppi che non hanno ottenuto il quoziente n in un circondario, n cantonalmente, non partecipano al riparto.
Art. 54. - Le nomine parziali di non pi di due deputati hanno luogo a maggioranza assoluta.
Art. 55. - Il Gran Consiglio  eletto per quattro anni due settimane dopo la nomina integrale del Consiglio di Stato.
Art. 56. - Il deputato non rappresenta il proprio circondario, ma l'universalit dei cittadini.
Art. 57. - Non sono eleggibili al Gran Consiglio i membri delle autorit amministrative cantonali ed i relativi impiegati a stipendio fisso.
La legge pu stabilire una eccezione per i docenti.
Art. 58. - Il Gran Consiglio pu, trattando determinate questioni, avocare il Tribunale cantonale od una sua delegazione a prendere parte alle sue deliberazioni, o a quelle delle sue Commissioni, con voto consultivo.
Art. 59. - I membri del Gran Consiglio una volta eletti, hanno l'obbligo di rimanere in carica. La legge pu per designare dei supplenti fra i candidati non eletti della medesima lista.
Art. 60. - I membri del Gran Consiglio non sono risponsabili del voto da loro emesso in Gran Consiglio o nelle relative Commissioni, e non possono essere, per ci, sottoposti a procedura alcuna, tranne in caso di reato secondo le leggi penali ordinarie.
Art. 61. - I membri del Gran Consiglio ricevono dalla Cassa dello Stato una modica indennit per ogni giorno di seduta.
Art. 62. - Le sedute del Gran Consiglio sono pubbliche.
Art. 63. - Il Gran Consiglio tiene ogni anno almeno due sessioni ordinarie.
Si raduna in sessione straordinaria ogniqualvolta venga convocato:
a) dal Consiglio di Stato;
b) dal Presidente del Gran Consiglio, dietro richiesta scritta di almeno un terzo dei suoi membri. La richiesta scritta deve indicare l'oggetto della convocazione.
Art. 64. - Le sessioni del Gran Consiglio non possono essere chiuse senza l'assenso del Consiglio di Stato, se non quando il Gran Consiglio abbia deliberato su tutti gli oggetti proposti.
La lista degli oggetti  stabilita dal Consiglio di Stato e pu essere completata dal presidente del Gran Consiglio.
Art. 65. - Il Gran Consiglio nomina ogni anno, al principio della prima sessione ordinaria, il proprio presidente. Questi non  rieleggibile oltre una legislatura.
Art. 66. - Il Gran Consiglio verifica i poteri dei suoi membri.
Art. 67. - Il Gran Consiglio:
a) esercita la funzione costituente in quanto non sia direttamente esercitata dal popolo, o non sia da questo devoluta ad una speciale Assemblea Costituente;
b) esercita la funzione legislativa, in quanto non sia direttamente esercitata dal popolo, e quindi adotta, modifica e rigetta i progetti di legge e decreti legislativi che gli sono presentati nei modi stabiliti per l'esercizio del diritto di iniziativa;
c) ratifica i trattati con altri Cantoni o con l'estero (art. 7 e 9 della Costituzione federale).
Gli oggetti contemplati dal presente articolo, devono essere discussi ed accettati dal Gran Consiglio, in due letture da farsi in due sessioni.
Trattandosi di casi urgenti baster l'approvazione in prima lettura, se ci sia richiesto dal Consiglio di Stato.
Art. 68. - Il Gran Consiglio esercita inoltre le seguenti attribuzioni
a) provvede alla sicurezza interna e dispone della forza armata nei limiti degli art. 13 e 95 della Costituzione federale, salvo i provvedimenti d'urgenza del Consiglio di Stato (art. 82 N. 6).
b) vota le imposte, autorizza le spese ed i prestiti a carico dello Stato, esclusi quelli che devono essere rimborsati colle entrate dell'esercizio in corso;
c) stabilisce, sulla proposta del Consiglio di Stato, il bilancio preventivo delle entrate e delle spese dello Stato;
d) esercita l'alta sorveglianza sulla gestione di ogni singola Autorit dello Stato, e delibera intorno all'approvazione dell'amministrazione e dei conti;
e) autorizza o ratifica l'alienazione dei beni cantonali;
f) crea gl'impieghi e fissa gli onorari dei pubblici impiegati, in quanto la legge non ne deferisca la determinazione al Consiglio di Stato;
g) autorizza o ratifica i trattati per la rega del sale;
h) fa le nomine che gli sono attribuite dalla Costituzione e dalle leggi;
i) esercita il diritto di grazia e amnistia;
l) accorda la naturalizzazione cantonale, salvo le competenze del Consiglio di Stato nei casi in cui la naturalizzazione fosse ottenuta per diritto;
m) decide i conflitti di competenza fra l'Autorit giudiziaria e l'amministrativa;
n) decide i ricorsi contro le decisioni del Gran Consiglio relative ai diritti politici ed al loro esercizio;
o) esercita tutti gli attributi della sovranit che non sono dalla Costituzione espressamente riservati ad altre Autorit;
p) esercita in nome del Cantone il diritto di referendum in materia federale (art. 89 Cost. fed.) e il diritto di iniziativa per la convocazione delle Camere federali (art. 86 Cost. fed.).
Art. 69. - Il Gran Consiglio non pu deliberare, se non  presente la maggioranza assoluta dei suoi membri.
Art. 70. - Ogni deputato ha il diritto di fare delle proposte sopra qualsiasi materia di competenza del Gran Consiglio e di partecipare alla discussione.
Lo stesso diritto appartiene ad ogni membro del Consiglio di Stato.
Nessuna proposta pu essere respinta senza essere stata demandata all'esame e preavviso di una commissione. Ogni deputato ha inoltre il diritto di muovere interpellanze al Consiglio di Stato sopra atti della sua amministrazione.
Le norme ulteriori sono fissate dal Gran Consiglio stesso a mezzo del suo regolamento.
Sezione II.
Il potere esecutivo.
Capo I.
Il Consiglio di Stato.
Art. 71. - Il Consiglio di Stato  la suprema autorit direttiva ed amministrativa del Cantone
Art. 72. - Il Consiglio di Stato si compone di cinque membri nominati direttamente dal popolo, ogni 4 anni, in un circondario unico col sistema della maggioranza assoluta.
Art. 73. - I membri del Consiglio di Stato sono sempre rieleggibili.
Art. 74. - Non pi di un membro del Consiglio di Stato pu far parte dell'Assemblea federale. Ove due o pi membri sieno eletti contemporaneamente la sorte decide quale o quali debbono essere sostituiti nel Consiglio di Stato.
Art. 75. - Almeno due membri del Consiglio di Stato devono risiedere al capoluogo o sue immediate vicinanze. La legge detter le norme necessarie in proposito.
Art. 76. - Nessun membro del Consiglio di Stato pu far parte del Gran Consiglio, n di un Consiglio di amministrazione di societ anonima, n esercitare una professione soggetta alla sorveglianza dello Stato.
Art. 77. - Il Consiglio di Stato nomina nel suo seno un presidente ed un vice presidente che stanno in carica un anno. Il presidente non  immediatamente rieleggibile.
Art. 78. - Il Consiglio di Stato elegge ogni 4 anni, un Segretario di Stato redattore dei progetti di legge, che  sempre rieleggibile.
Art. 79. - La responsabilit del Consiglio di Stato  collegiale. La responsabilit civile non si estende ai consiglieri che hanno fatto inscrivere il loro voto contrario alle decisioni da cui deriva.
Per la trattazione degli affari, la gestione del Consiglio di Stato si divide in Dipartimenti.
I capi di ciascun Dipartimento sono incaricati dello studio preliminare delle questioni, la cui decisione avviene in comune.
La legge pu commettere la decisione di cose di secondaria importanza ai singoli Dipartimenti, ma con diritto di ricorso al Consiglio di Stato.
Art. 80. - Il Consiglio di Stato:
1. Veglia all'esecuzione delle leggi, dei regolamenti e dei propri decreti;
2. ha la vigilanza sulle Autorit inferiori per il mantenimento dell'ordine e per la buona amministrazione;
3. nomina i propri agenti ed impiegati e ne fissa gli onorari ed indennit, nei casi prescritti dalla legge;
4. rende conto ogni anno al Gran Consiglio di tutti i rami della propria amministrazione e gestione; il suo resoconto  pubblicato a stampa e distribuito ai Deputati, agli Uffici pubblici ed alle Municipalit;
5. tiene la corrispondenza con la Confederazione, con gli altri Cantoni e con gli Stati esteri, nelle cose di competenza cantonale;
6. veglia al mantenimento dell'ordine pubblico; ove questo sia gravemente turbato dispone della forza pubblica nei limiti degli articoli 13 e 95 della Cost. fed. e convoca immediatamente il Gran Consiglio (v. art. 68);
7. assiste in corpo o per delegazione alle discussioni del Gran Consiglio, vi prende parte con voto consultivo si ritira quando si vota sulla sua risponsabilit o su quella di uno dei suoi membri;
8. giudica le questioni amministrative che non sono dalla legge riservate ad altra Autorit.
Capo II.
I Commissari.
Art. 81. - I Commissari di Governo rappresentano il Consiglio d Stato nei singoli distretti.
La legge pu attribuire ad essi speciali facolt in materia di polizia, di amministrazione comunale e di tutela. Il loro mandato non  incompatibile con l'esercizio del notariato.
Nei piccoli distretti potranno essere incaricati di altre funzioni ordinariamente spettanti a speciali Uffici.
 TITOLO VI.
Il potere giudiziario.
Art 82. - La giustizia civile e penale viene resa dalle Autorit giudiziarie.
Una decisione dell'Autorit giudiziaria competente non pu essere mutata n dall'Autorit amministrativa n dalla legislativa.
La legge pu, in via eccezionale, attribuire della competenze giudiziarie in materia di contravvenzioni alle Autorit amministrative dello Stato e dei Comuni.
Art. 83. - La pubblicit dei dibattimenti  garantita in principio.
Art. 84. - La legge pu stabilire dei requisiti per la eleggibilit alle cariche giudiziarie.
Art. 85. - Vi  per tutto il Cantone un Tribunale cantonale.
La legge potr deferire direttamente al Tribunale cantonale od a sezioni del medesimo la cognizione delle cause civili appellabili al Tribunale federale.
Art. 86. - Il numero dei membri e dei supplenti del Tribunale cantonale  stabilito dalla legge.
Il Tribunale cantonale  nominato direttamente dal popolo in un solo circondario per un periodo di dieci anni col sistema della maggioranza assoluta.
Il Presidente del Tribunale cantonale ed i presidenti delle sue sezioni sono designati dal Gran Consiglio ogni 5 anni.
Art. 87. - In ciascun distretto vi  una Pretura.
Il distretto di Lugano forma due Preture.
Il Pretore  nominato dal popolo ogni dieci anni ed  assistito da un Segretario-assessore nominato dal Consiglio di Stato ogni 5 anni.
Art. 88. - Vi saranno delle Giustizie di Pace, di nomina popolare, con attribuzioni civili od amministrative, di pulizia rurale o di polizia giudiziaria. La legge ne potr ridurre il numero attuale.
Art. 89. - Vi saranno uno o pi Procuratori pubblici ed uno o pi istruttori giudiziari in materia penale, nominati dal Gran Consiglio.
Art. 90. - Vi sar, per tutto il Cantone, un unico presidente delle Assise penali nominato dal popolo per dieci anni.
Vi saranno degli assessori giurati, nominati dal popolo in ogni distretto ogni 5 anni col sistema del voto proporzionale.
Art. 91. - Potr essere istituita una Corte amministrativa. La legge ne regoler l'organizzazione e la competenza.
Art. 92. - Potranno essere istituiti dei Tribunali di probiviri per giudicare le questioni derivanti dal contratto di lavoro.
Potranno essere istituiti dei probiviri agricoli, anche per le contestazioni relative ai diritti di pascolo e consimili, alla polizia campestre e forestale, alle permute, ai raggruppamenti ed ai rapporti di vicinato tra fondi di poco valore.
 TITOLO VII.
I Comuni.
Art. 93. - I Comuni non possono essere aggregati n modificati se non per decreto del Gran Consiglio. Possono tuttavia i Comuni transigere circa la loro giurisdizione territoriale.
Dei consorzi di Comuni per determinati servizi possono essere istituiti per convenzione o per decreto del Consiglio di Stato.
Art. 94. - Il Comune si divide di regola in tre comunit: il comune municipale, il patriziato, la parrocchia.
Sezione I.
Il Comune municipale.
Art. 95 - Il Comune municipale o politico  composto del complesso di tutti gli abitanti.
Gli abitanti si dividono in attinenti, cittadini domiciliati, stranieri.
La legge provveder a che l'attinenza possa essere gratuitamente ottenuta dopo 30 anni di domicilio dalle persone che non si trovano nell'attuale pericolo di cadere in modo permanente a carico dell'assistenza pubblica.
Gli stranieri non acquistano l'attinenza se non con la naturalizzazione.
La naturalizzazione non pu essere rifiutata agli stranieri di buoni costumi domiciliati nel Cantone da 30 anni, o che sono nati nel Cantone e vi hanno ricevuto una educazione nazionale, semprech non sembrino in pericolo di cadere a carico dell'assistenza pubblica.
Art. 96. - Incombono al Comune municipale l'istruzione primaria, l'assistenza pubblica, il servizio medico, la polizia, ed in genere tutti i pubblici servizi comunali, per cui non sia altrimenti disposto.
Art. 97. - Per far fronte alle proprie spese, in quanto non bastino i proventi di fondi speciali, il Comune municipale ha l'obbligo di provvedere mediante percezione di imposta.
Il sistema d'imposizione  stabilito dalla legge.
Art. 98. - Quando per la sua pregiudicata posizione economica un comune si trovi ridotto a non poter convenientemente adempiere ai pubblici servizi e far fronte ai propri debiti, lo Stato deve intervenire per i necessari provvedimenti.
Art. 99. - Gli organi del Comune municipale sono l'Assemblea dei cittadini e la Municipalit. Le Municipalit avranno da 3 a 11 membri.
Art. 100. - Nei Comuni di oltre 2000 abitanti potr essere istituito un Consiglio comunale al quale saranno devolute del tutto o in parte le attribuzioni dell'Assemblea sotto riserva dei diritti di referendum e di iniziativa popolare.
Il diritto di iniziativa appartiene, alla Municipalit ed in assemblea ad ogni cittadino.
Art. 101. - Il Sindaco  il presidente della Municipalit ed il capo del Comune; ad esso possono essere devolute speciali mansioni di polizia.
Art. 102. - La Municipalit ed i Consigli comunali sono eletti col sistema del voto proporzionale.
Sezione II.
Il Patriziato.
Art. 103. - Il patriziato  una corporazione di diritto pubblico, alla quale  riservata l'amministrazione e il godimento in comune dei beni dell'antica comunit o vicinanza. Tali beni devono essere amministrati e conservati secondo l'interesse della classe agricola.
I cittadini che da oltre 100 anni sono domiciliati e possiedono beni stabili di carattere agricolo nel Comune o nei Comuni componenti il patriziato, hanno il diritto di acquistarvi gratuitamente i diritti patriziali.
I cittadini che vi sono domiciliati con beni stabili di carattere agricolo da 30 anni e vi hanno sempre pagato le imposte hanno il diritto di acquistare il patriziato pagando una somma proporzionata da destinarsi al miglioramento del fondo patriziale.
Art. 104. - Acquistando un nuovo patriziato essi perdono i loro diritti nel patriziato di origine.
Il Patriziato potr riscattare in denaro i diritti dei patrizi che da 50 anni sono domiciliati fuori dal Comune o dai Comuni che lo compongono e non vi mantengono nessuna economia agricola.
Art. 105. - Nelle assemblee patriziali ogni fuoco ha un voto.
I fuochi composti da minorenni, sono rappresentati da curatori speciali aventi la qualit di patrizi. Le donne hanno diritto di voto.
Art. 106. - I patriziati sono tenuti ad una previdente e saggia amministrazione dei beni patriziali.
L'art. 98  loro applicabile.
L'assistenza pubblica dei patrizi potr essere posta del tutto od in parte a carico del patriziato, se le condizioni di questo sono favorevoli.
Dove il Comune municipale contratti nell'interesse dell'agricoltura dei debiti, non si possono fare riparti patriziali ordinari o straordinari, senza prelevare una contribuzione per l'ammortamento dei debiti stessi. (Casi di raggruppamenti, bonifiche e simili).
Sezione III.
La Parrocchia.
Art. 107. - Le parrocchie amministrano i beni destinati ai culto.
Alle medesime  garantito il diritto di presentazione dei loro ecclesiastici.
Nelle assemblee parrocchiali le donne hanno diritto di voto.
Esse possono prelevare un'imposta di culto.
 TITOLO VIII.
Riforma della Costituzione.
Art. 108. - La Costituzione cantonale pu essere riformata integralmente o parzialmente.
La riforma ha luogo nei modi e nelle forme stabilite in materia legislativa (art. 42 e seg.).
Art. 109. - La iniziativa popolare deve essere appoggiata da 7000 cittadini attivi.
Se essa non  formulata in un testo completamente elaborato, il Consiglio di Stato deve anzitutto sottoporre al popolo il quesito od i quesiti concernenti la revisione, con domanda se intende o no rivedere la Costituzione. Nello stesso tempo sottoporr al popolo il quesito se eventualmente vuole che la revisione avvenga a mezzo del Gran Consiglio o di una Costituente.
Art. 110. - Se il popolo si pronuncia per la revisione e per la Costituente quest'ultima viene eletta nel modo e nelle forme previste per il Gran Consiglio e lo sostituisce nei suoi incombenti a ci relativi.
Art. 111. - I progetti elaborati dall'iniziativa popolare come quelli elaborati dal Gran Consiglio o dalla Costituente vengono sottoposti al popolo per l'accettazione o per il rifiuto.
 TITOLO IX.
Disposizioni transitorie ed abrogative.
Art...........
 PARTE SECONDA
 Vita e coscienza ticinese(6)
Tre letture ai docenti
 Piano e monte
 I.
L'UOMO DELLA MONTAGNA
Assai arbitrarie sembrano le varie congetture sopra l'origine delle popolazioni montanine, specialmente se si tratti di grandi ed elevate catene. Vi fu un "Homo alpinus" indigeno? Dove? quando? Siamo noi dei germani latinizzati o sono gli urani dei latini germanizzati? Chi pu dire? Pi ragionevole  l'induzione che i primi popoli, alle epoche lontane delle trasmigrazioni, poscia delle conquiste, si attenessero alle terre migliori per fertilit, o per sicurezza dalle inondazioni, o per facilit di conquista, ma rifuggissero dalle terre povere delle alpi. Verosimile inoltre che allorquando si produssero nei nostri paraggi le successive invasioni protostoriche, galliche, romane, franche, allemaniche e longobarde, i conquistatori, occupando le terre opimi, ricacciarono verso le alte valli le popolazioni sopraffatte. Quivi le popolazioni sopravvenute per gruppi, a molta distanza di tempo, si mischiarono, si fusero, finch alla fine l'ambiente economico eguale, e l'eguale etica religiosa, diede loro una decisa unit di spirito. La loro lingua non  necessariamente quella dei pi numerosi n dei primi od ultimi venuti, ma quella che prevalse in conseguenza di fattori determinanti, fra cui massimo il culto religioso.
Nel Vallese per es., pare che la parte alta, che ora parla tedesco, abbia parlato una lingua romanza fin verso l'epoca di Carlomagno, mentre il basso Vallese deve avere nelle vene assai pi sangue franco e borgundo, dunque germanico, che lo stesso alto Vallese, di probabile stirpe celtica.
Si parla sovente di penetrazione longobarda nelle nostre valli ticinesi. Ma fra i 600.000 longobardi che secondo il contemporaneo Gregorio di Tours scesero e rimasero in Italia e si sparsero fino a Benevento occupando citt e castelli, vorrei sapere a quanti fecero gola le ripe della Verzasca o dell'Onsernone, o sia pure di Blenio e Leventina. L'identit delle condizioni ambientali ed economiche condusse piuttosto le popolazioni montanine ad identiche istituzioni sociali(7).
La prima apparizione di organizzazioni umane sui due versanti delle Alpi  il comune, del quale riparliamo nella prossima conferenza. Nei Pirenei troviamo i fueros, dall'una e dall'altra parte, che sono in fondo la stessa cosa. Ma prima di parlare delle costituzioni politiche e sociali, vediamo di conoscere le qualit intrinseche dell'uomo, quale la natura lo forgia nelle montagne, affatto diverso da quello della pianura.
Rude e volitivo il primo, sommesso e manso il secondo.
Il Visconte di Vog, l'autore del "Roman russe", ci dimostra l'influenza della sterminata pianura stepposa sul mujik moscovita. Il freddo vento del nord dissecca le sue terre: che fare contro il vento? La neve le ricopre, poi si scioglie e sommerge le campagne. Pu venire in mente a quel misero ilota di costituire un consorzio per indigare il Volga? Quando viene l'inondazione sale sul tetto della sua capanna, si sdraia sulle stoppie e sta l immobile, coricato sul ventre, per economizzare le sue forze come la marmotta nella sua tana. Tornata la vita nel villaggio, egli non vedr mai altro orizzonte che la steppa monotona e sterminata, non far mai altri lavori che quelle tre o quattro coltivazioni, per secoli e secoli sempre le stesse, sotto la ferula d'un padrone o d'uno sgherro inesorabile e crudele.
Che fare per uscire dalla sua miseria? "C' Dio in Cielo, ma il cielo  cos alto! In terra c' lo Zar, il piccolo padre, ma  cos lontano!..."(8).
Quest'uomo  destinato a servire lo Zar, quale automa, come pi tardi servir Lenin, senza rivolta.
 l'Uomo-mandra.
Il conte Sforza nel suo ultimo volume mette in rilievo quanta ipocrisia si celi sotto il nazionalismo e l'orgoglio di razza del latifondista austriaco, ungherese o prussiano. Egli vuole conservare lo slavo allo stato di mandra delle sue terre, perci afferma ch' incapace di governarsi. Nella pianura  facile al cavaliere tenere servi i contadini. Un lungo secolare servaggio sar la sorte di quelle terre le quali, se anche chiamate a vita libera non sapranno valersi della libert e forse la sprezzeranno.
Meno vasta la pianura lombarda e attorniata di montagne, interrotta da colline: ed il povero bracciante "della Bassa" sar servo s, ma meno servo che in Oriente. La sua condanna sar tuttavia il latifondo, romano prima, poi longobardo, poi lombardo. Quando verranno le guerre di indipendenza egli rimarr quasi indifferente agli sforzi ed agli entusiasmi delle citt, delle masse borghesi ed operaie.
Considerate ora l'Uomo alpino, che differenza! Anche egli lotta contro una natura aspra ed avara, ma egli sa lottare e riesce a vincerla.
La montagna  alta, ma egli la sorpassa: il torrente  rabbioso, ma egli "rega" un abete per traverso e lo supera; la valanga gli spazza via la casa, ed egli ne fa un'altra pi al sicuro; l'inondazione gli devasta il piano, ed egli si attacca al monte. Egli si associa a tutti i suoi vicini e costituisce un nucleo: affronta il bosco e lo dissoda: affronta le belve e le uccide. Diventa l'uomo sociale per necessit di cose, diventa uomo politico per abito.
E come pi la natura arride al suo ingegno e lo stimola! Il paesaggio, l'ambiente, varia ad ogni mille passi. Ad ogni tratto la terra, le piante gli promettono altri frutti, gli offrono altre possibilit. Dal piano al monte il bello si confonde con l'orrido, il danno confina con l'utile. Molto dipende da lui, dalla sua energia, dalla sua tenacia. All'epoca romana, poi all'epoca bizantina, poscia a quella del Barbarossa, l'imperatore  sempre troppo lontano; il proconsole, poscia il duca,  uomo di citt che non s'interessa della sua vita.  lui che deve ingegnarsi. Egli crede veramente a Dio, perch  un Dio che lo aiuta. Egli si aiuta a far tutti i mestieri:  agricoltore,  pastore,  boscaiolo,  muratore,  carpentiere; il suo spirito  in una continua esperienza, una continua ginnastica. Egli  cacciatore e la sua caccia  pericolosa. Al bisogno sar soldato e come soldato sar eroico perch abituato ad affrontare la morte come condizione della propria vita quotidiana.
La vita della montagna  necessariamente povera. La prole della montagna  numerosa e forte. Essa tende ad espandersi; l'emigrazione  di tutte le regioni montagnose.
Una delle sue forme pi costanti  il mestiere delle armi. L'Alfieri fra le sue Satire ne dedica una acerrima alla plebe. Plebe  per lui l'uomo oscuro della Suburra, la massa anonima della metropoli, della capitale, della citt, nata e cresciuta senza dignit e senza ideali di vita: ma egli non vuole che sia plebe il contadino abbiente, il piccolo proprietario del suo Piemonte, che  poi fratello carnale del nostro. Quello, egli dice, ha aperta la via della dignit e della gloria perch pu diventar guerriero.
Alla fine del settecento essere guerriero era ancora un onore. Dopo la rivoluzione, dopo Napoleone, l'esercizio delle armi che prima era una professione, divenne un dovere civico obbligatorio, con o senza coscrizione; il soldato sostitu il mercenario (bench i due nomi si equivalgano esattamente).
Guglielmo Ferrero nega che ci sia stato un progresso, dicendo che l'idea di lanciare tutto un popolo armato contro un altro popolo  barbarica. Idea che diede nell'ultima guerra frutti spaventosi. Tant', l'epoca delle corporazioni chiuse non offriva altra forma di attivit alla nostra emigrazione se non la vita militare, e i nostri soldati furono i primi d'Europa.
Sciolte le corporazioni di mestiere, le popolazioni di montagna si sparsero per tutto il mondo economico e vi conquistarono sempre i primi posti. Gli svizzeri vi ebbero parte eminente e fra gli svizzeri i ticinesi.
L'emigrazione lascia dei vuoti, tosto compensati dalla immigrazione. Questa immigrazione ci venne sempre da paesi dove la terra  pi ricca ma asservita ai Signori. Disgraziatamente l'emigrante che torna dopo lunghi anni passati nelle metropoli di tutti i paesi, riporta in patria modi ed idee ancora pi peregrini di quelli degli stessi immigranti. Cos  che nei tempi moderni, tempi di grandi traffici, la mentalit dei montanari  esposta a corrompersi e snaturare. Il contadino abbiente comincia ad aver vergogna del suo stato: finisce con l'invidiare lo stato della plebe cittadina, perch  legge della vita che ad ogni grandezza tien dietro una decadenza.
Fuori della causa pur anzi accennata, lo spirito montanaro pu degenerare per motivi ben caratterizzati. Uno  il regime politico inadeguato. Quando un popolo di montagna cade sotto la sovranit di un re o di un principe troppo lontano, sotto l'influenza di corti peregrine e menti eterogenee, succede quello che  successo nei Pirenei, dove la forte e nobile nazione basca perse persino il nome divenendo suddita di Parigi e di Madrid. Allora fu governata da magistrati inconsci di ogni bisogno, di ogni aspirazione, di ogni passione locale. L'economia di montagna fu sottoposta alle leggi fatte per la pianura, l'amministrazione "ambientale" fu sostituita da quella burocratica e veramente "estranea".
Sono recenti le incredibili notizie sul brigantaggio crso, ad estirpare il quale fu messa in azione l'artiglieria di marina bombardando le montagne di quell'isola famosa. Ma quei montanari, governati prima da Genova, poi da Parigi, avendo perduto da secoli il governo di se stessi, erano caduti dall'autonomia nel brigantaggio, perch di fronte a una sovranit troppo straniera lo stesso brigantaggio assume la funzione di una protesta civile.
 II.
L'ALBO COMUNALE
Anche l'uomo di mare, osserva il romanziere basco Pio Baroja, ha il carattere temperato dalle dure condizioni d'esistenza. Il marinaio inglese ha il mare tempestoso davanti, e un suolo ingrato e freddo dietro di s, anch'egli vede nello sforzo la sua salute, nell'associazione la sua vittoria sugli elementi. Egli  pescatore. Ma come  piccola la sua piroga di fronte al mare infinito! Ed ecco che egli si associa ad altri pescatori; costruisce una barca capace di dieci rematori e si arrischia fino ai limiti della sua vista. Si associa ancora con cento e fa una nave capace di cento uomini. Con quella partir gi alla guerra di espansione. Coi secoli porranno mano alla sua opera e cielo e terra: il fuoco ed i metalli. Costruir allora il transatlantico e conquister il mondo.
Ma ecco che i pi illustri marinai sono i genovesi scesi dall'Appennino, sono gli scozzesi ed i bretoni, furono un tempo i greci e i fenici, tutti abitatori di terre montuose. Nessun pi prode marinaro che il montanaro!
L'uomo del monte come l'uomo del mare  portato all'indipendenza, alla libert individuale, alla democrazia, alla vita locale. Le costituzioni della Svizzera e quelle della Grecia antica hanno di comune il federalismo. Nell'una come nell'altra terra la vita comunale si contrappone all'idea d'impero e la corporazione dei lavoratori si contrappone al castello feudale.
Quando in occidente l'Impero si afferma nel feudalismo, nelle Alpi si afferma la corporazione economica: da questa esce la comunit religiosa (la Parrocchia) e da entrambe la comunit politica (il Comune). Il bel comune rustico  cantato dal Carducci con un'ode commovente per la sua grandiosa semplicit.
I nostri testi di storia quasi non ne parlano.
Per i testi francesi il Comune non esiste. I monarchici lo sopprimono per attribuire ogni progresso alla monarchia, i giacobini lo ignorano di partito preso perch sono centralizzatori o magari perch la democrazia deve essere nata con la ghigliottina! Per le storie italiane il comune  un'apparizione esclusivamente italica. Solo in Pie
tro Verri ho trovato che il Barbarossa a Costanza, con quella stessa penna che riconobbe la Lega lombarda riconobbe la Lega anseatica!
Il comune fu illustre in Ispagna e fu dappertutto dove era allora la cristianit(9).
 lui che fece le cattedrali di Francia come le umili chiesette dei nostri villaggi.
...
Altra causa di decadenza pu venire da un'eccessiva applicazione del pi sano dei principi: il particolarismo. Da noi cominci gi nel 13 secolo la disgregazione del vecchio comune rustico, del quale non rimane pi altra traccia che il Comun grande dell'Onsernone.
Blenio e la Leventina divisero i loro alpi pressapoco all'epoca in cui si suddivisero in piccole parrocchie. La forza del comune scapit, non meno che il suo valore morale. Alla fine del quattrocento, al cominciare dei baliaggi, l'universitas vallis Blenii aveva perduto gran parte della sua individualit e questo fu un motivo per cui la funzione balivale trascendesse al di l dei limiti prestabiliti con l'accettazione del dominio degli Svizzeri.
Ora abbiamo nel Ticino una dozzina di comuni al disotto dei cento abitanti e la met non oltrepassano i 300. Un patriziato (Capolago), sembra essere ridotto a tre o quattro fuochi.
In principio del secolo scorso vi fu ancora qualche congresso di distretto. L'averli aboliti fu grandissimo errore politico. Oggi pi che mai il progresso dovrebbe consistere in un parziale ritorno alle migliori tradizioni di quella vita locale che  la sola garanzia di un diritto fondamentale dell'uomo, non menzionata nei capitoli dell'abate Sieys, ma dimostrato da E. Spencer nel suo libro sulla Giustizia: "il diritto dell'uomo al proprio ambiente".
 Bosco e pascolo
 I.
L'ECONOMIA DELLA MONTAGNA
Il pascolo ed il bosco sono le basi naturali dell'economia delle Alpi. Nel passato solo il pascolo ebbe un'importanza di primo ordine. Il bosco era considerato come un accessorio: talvolta come un impedimento. In origine non ci dev'essere stato altro pascolo naturale che quello delle regioni elevate, fra i 1500 m. d'altezza fino ai 2000 e pi in su, dove gli alberi d'alto fusto vengono meno e scompaiono. Al disotto di questa zona i pascoli devon essere stati conquistati sopra le foreste, a mezzo degli incendi, dei tagli e dei dissodamenti, ma questi solo all'epoca del ferro, poich prima l'impresa sarebbe stata al disopra delle forze umane. Nelle vecchie pergamene, nei vecchi statuti,  sempre parola degli alpi e dei pascoli: i boschi vi sono appena accennati per il diritto di andarvi a far legna.
La valorizzazione dei boschi venne assai pi tardi, con lo sviluppo della navigazione marina e proporzionalmente alla stessa: navigazione mediterranea fino alla fine del medio evo, poi oceanica, veliera dapprima poi meccanica e mondiale.
Sul Mediterraneo come sui mari nordici e sull'Oceano le flotte mercantili furono costruite col legname delle montagne che era condotto lungo i fiumi fino al mare per il Po, il Reno ed il Danubio. Gi alla fine del quattrocento un poeta di Maccagno, detto appunto il Macaneo, in un suo carme, Verbani lacus chorografica descriptio, canta le immani masse di legname, proveniente dalle nostre valli, che copriva il Lago Maggiore. Quei disboschimenti dovevano avere per effetto di allargare i pascoli e cos arricchire il paese. Ma, almeno negli ultimi secoli diedero un risultato calamitoso. La grande alluvione del 1868, ch' un ricordo della mia infanzia, gonfi siffattamente le acque del lago Maggiore che tutta la piazza di Locarno ne and sommersa. Il battello l'attraversava per approdare alla Motta. Nel palazzo della Azienda Elettrica  segnata con una linea e un'iscrizione l'altezza massima raggiunta dalle acque.
Dopo d'allora le falde delle montagne denudate dai loro boschi protettori, franarono sempre pi. Si ordinarono dei rimboschimenti, che raramente riescirono, e si form in tutta la Svizzera una leggenda che ci nuoce tuttavia. I ticinesi hanno fatto strage dei loro boschi: se le loro montagne si sfasciano  colpa loro; se il paese declina  per causa della loro inettitudine a coltivarlo poich il suo suolo  feracissimo. Quest'ultimo giudizio affermato dal Bonstetten nel suo solito tono declamatorio e la consueta avventatezza rimane in forza malgrado le smentite della chimica(10). Tali opinioni hanno finito per essere dei luoghi comuni, degli imparaticci che molti Ticinesi hanno finito per accettare di buona fede. La verit  ben diversa!
Nel corso dei secoli tutte le regioni boscose furono una volta o l'altra disboscate, ma non sempre il bosco si  riprodotto naturalmente. L'Appennino ligure p. es.  quasi totalmente calvo come pure le Sierre spagnuole.
Bisogna anzitutto considerare che ogni catena di montagne ha la forma di un'onda. Un'ondata geologica. Le Alpi sono fatte come se avesse soffiato il vento boreale: ricascano a mezzod con un pi ripido pendio. Il Reno e il Ticino hanno fonti comuni al Gottardo, al Lucomagno e al S. Bernardino, ma da mezzogiorno, in pochi chilometri, si  a Biasca che  a 300 m. d'altitudine. Pari altezza ha Basilea. Pensate un po' quanti giri fanno le acque della Reuss e dei due Reno prima di arrivare a Basilea! Le alpi presentano adunque da mezzogiorno un pendio precipitoso, propizio alle erosioni ed ai franamenti. Aggiungete che le piogge, pacate e quasi regolari sul versante nord, sogliono essere dirotte e torrenziali dalle nostre parti, e che da noi non  insolito il nubifragio. La forza di erosione ne risulta almeno decuplata.
Aggiungete ancora che dalla nostra parte le valli sono state popolate e dissodate forse 500 forse 1000 anni prima che da settentrione, e che ogni dissodamento  in se stesso un'altra causa di erosione. Allora diventer naturalissimo l'aspetto delle nostre montagne del Sopra e del Sotto Ceneri, povere di terra e di vegetazione, o coperte di cespugli anzich di foreste.
Ma quali enormi estensioni improduttive o quasi, ne risultano e quale arduo compito per la razionalizzazione delle nostre colture!
La ricostituzione dei nostri boschi rimane, malgrado queste attenuanti, il grande problema economico del Ticino e di tutto il versante meridionale delle alpi. L'Italia vi provvede ora con una energica legislazione che noi abbiamo in gran parte prevenuto gi da cinquant'anni, ma che essa prosegue con mai vista energia.
Del malgoverno dei boschi si  data la colpa ai patriziati. Questi infatti in buona parte continuano a considerare il pascolo come la sola base della loro economia. Or cosa sono i patriziati? Secondo le carte del XII e del XIII secolo, le comunit di Blenio avrebbero comperato dai Conti di Torre e dai loro eredi i migliori alpi del Lucomagno. Pi precisamente compratori erano gli uomini e consoli altrimenti indicati i liberi arodari. (Vedi K. Meyer, Blenio e Leventina). Questi arodari erano evidentemente gli allodiali, cio i proprietari di terre franche libere da servit feudali. Assai probabilmente queste compere non erano altro che transazioni con gli usurpatori feudali gi in decadenza dopo le sconfitte della casa di Svevia in Italia; quasi certamente gli alpi avevano appartenuto ai comuni gi da tempi immemorabili(11). Lo stesso e pi chiaramente era accaduto pi d'un secolo prima nella Capriasca proprio nel momento in cui Enrico IV si umiliava a Canossa(12).
Se si paragonano questi dati con quelli della Mesolcina (vedi il Libro del Dr. Vieli, Storia della Mesolcina) diventa chiaro che quelle comunit di liberi allodiali procedevano dalla corporazione dei proprietari, dei contadini abbienti come abbiamo detto pi sopra.
L'allodio, come  noto, si limitava alle poche terre prative e campive, vicine all'abitato. Gli altri prati erano privati s, ma soggetti ad un diritto di reciproca pascolazione (la trasa), tosto dopo falciato il secondo fieno (il recidivo o redasiv).
Questo nel piano. La zona era protetta da una cinta fatta in comune: (la tensa); pi in alto i prati magri, cio i cos detti monti, non erano propriet piena, ma concessioni fatte, da parte della vicinanza corporativa, del diritto di cintare un dato terreno. Il concessionario falciava un solo fieno e per il resto dell'anno tutto rientrava nel godimento collettivo o comune.
Era insomma un regime non gi comunista, come erroneamente fu detto, ma corporativo basato sul principio della comunit del pascolo, principio che non  germanico, n romano, ma intrinseco al sistema pastorizio, cos che lo si riscontra non solo nelle Alpi ma nei Pirenei, nelle Cevenne e nell'Alvernia, e persino nella lontana Siria dei beduini.
 II.
ERRORI DI LEGISLAZIONE
Era un sistema eminentemente propizio ai poveri e perci sostenuto dalla Chiesa.
Ora avvenne che la rivoluzione francese e Napoleone nei paesi che subirono il suo codice civile, fecero la guerra alle corporazioni d'arti e mestieri quali perniciose all'industria, e si adoperarono a disfare i latifondi come quelli che potevano ricondurre al feudalismo. Ci ha avuto alcune buone conseguenze nel Ticino, ma altre perniciosissime.
Da una parte furono soppresse le decime e redenti i livelli che gravavano i nostri coltivi, e fu abolita la trasa generale che si estendeva per tutto il Luganese fino alle porte della citt; ma il male fu poco minore del bene.
Il diritto consuetudinario locale era conforme ai bisogni della nostra economia. Vennero i dottori della legge, come ai tempi di Pilato, e vollero introdurre il diritto napoleonico ed il diritto di Giustiniano in materia di servit, di passi e di acquedotti, di rapporti di vicinato, di eredit e divisioni; vennero i Giacobini e se la pigliarono con le propriet patriziali come se fossero una forma di latifondo feudale mentre ne erano l'antitesi; vennero gli economisti manchesteriani e dichiararono la guerra al principio corporativo. Tutta questa esperienza fatta per i paesi di grosso latifondo, trapiantata nelle nostre valli fu un disastro. In val di Blenio scomparve una rete di acquedotti che irrigavano i monti e le campagne come ancora avviene nel Valdese; nel Mendrisiotto furono divisi i boschi patriziali ed assegnati ai vicini; non gi in parti eguali ma in ragione d'estimo, cio dando molto ai ricchi, in ragione della loro ricchezza, e poco ai poveri in ragione della loro povert. In Lavizzara molti beni patriziali furono divisi fra i fuochi patrizi in piena propriet.
Si ricopi dall'Inghilterra e dalla Francia la divisione dei poteri, esagerandola fino all'assurdo di sottrarre alla giurisdizione dei consoli i casi pi banali della vita rurale ed attribuirli ai tribunali di prima e di seconda istanza, centuplicandone le spese.
In un primo periodo (l'Elvetica) i beni della corporazione furono assegnati al comune politico, (come avvenne nei cantoni dell'Altipiano); in un secondo periodo si sostitu all'antica Vicinanza il patriziato come corporazione chiusa e gli si assegn la propriet di un immenso dominio pubblico per con carattere di propriet quasi privata.
 stato detto, e si ripete come le filastrocche dei bambini, che i Landfogti spogliarono il paese e lo lasciarono privo di qualsiasi patrimonio. La verit  che gli Svizzeri impedirono che un vastissimo territorio, certo non meno dei due terzi della superficie produttiva, diventasse latifondo feudale della nobilt lombarda (guerra di Giornico): lo conservarono e lo trasmisero alla Repubblica Elvetica, la quale lo pass alla Repubblica e Cantone Ticino.
Quel vasto patrimonio di bosco e di pascoli  ora in piena decadenza. Bene amministrato, dovrebbe bastare a risolvere una gran parte dei problemi della vita economica locale fra cui quello dell'assistenza pubblica come in pi di un cantone confederato. Esso potrebbe fornire il nucleo delle casse rurali di prestito e della assicurazione del bestiame. Ma cos come  ora organizzato, il patriziato ticinese sembra affetto da paralisi progressiva(13).
La soluzione del problema si prospetta negli ultimi tempi nel ritorno al sistema corporativo.
Non  solo il fascio italiano che proclama lo stato corporativo, cio lo stato centro delle attivit economiche, lo stato che politicamente pu dividersi in province, distretti e comuni, ma che economicamente deve raggruppare gli uomini secondo la qualit del loro lavoro. In tutti i paesi d'Europa si manifesta ormai una evoluzione del movimento socialista nel senso sindacale. Paul Boncour, l'attuale ministro della guerra della repubblica francese, ha scritto un grosso volume sul fdralisme conomique che  nettamente corporativista. Tale  anche il programma dei socialisti francesi. Il movimento cristiano-sociale, ch' la forma cattolica del socialismo,  nettamente corporativista; e ci  naturale poich la Chiesa non pu fare a meno di favorire un movimento che in gran parte  ritorno al medioevo.
In ogni caso per noi, non solo nel Ticino, ma in tutta la Svizzera alpina, la soluzione che si presenta, che  la sola, la giusta,  il ritorno dalle terre patriziali alla corporazione degli agricoltori.
Devolverle al comune politico, come fu proposto dai nostri socialisti  un errore, Il comune politico pu essere amministrato da un Municipio nel quale nessuno  agricoltore; poi la devoluzione al comune politico fu un postulato giacobino, in ogni caso "borghese", di un secolo fa, dunque non pu convenire ad una riforma sociale dei nostri tempi. Meno ancora la compropriet patriziale pu essere un diritto di nascita. Io ho una cinquantina di nipoti e nipotini nati nel Paraguay, i quali per legge sono patrizi di Lottigna. Le tre famiglie che hanno comperato le mie aziende agricole di Lottigna e le coltivano, non sono patrizie. Sono ritenute forestiere, mentre io ricevo, stando a Lugano, di tempo in tempo, qualche provento in denaro che giustamente andrebbe a loro.
Tutto ci  semplicemente assurdo.
Il pascolo e il bosco sono la dote del prato e del campo. La palina deve essere la dote della vigna. Chi possiede e lavora l'uno deve godere l'altro. Si torni al concetto del Medioevo (non al medioevo dei feudi ma a quello dei comuni) e si ricostituisca la corporazione dei liberi arodari, dei contadini abbienti, il sindacato dei coltivatori cui appartenga il frutto dei pascoli e dei boschi.
La buona amministrazione torner per forza automatica delle cose perch gli interessi convergenti sottentrerebbero a quelli contrastanti. Lo Stato dovr solo provvedere acch queste corporazioni adempiano alla loro funzione nell'ordine sociale e non siano in continua guerra tra di loro, come  fatalmente avvenuto per oltre un secolo secondo la "saggezza" delle leggi nuove, a gran profitto degli avvocati. Lo Stato veglier anzi alla organizzazione federativa delle corporazioni locali, forse sulla base dei distretti, o vallata per vallata.
Allora le corporazioni potranno risolvere, secondo le condizioni del nostro secolo, i rapporti di alpeggiatura cos mirevolmente organizzati in altri cantoni come il Vallese ed il vicino paese retico(14).
In tutte le nostre valli vi sono comuni privi o quasi privi di alpeggiatura, mentre vi  un'eccessiva quantit di monti, di ragione privata, monti che nessuno pi lavora perch non ce n' pi la convenienza, e si vanno coprendo di cespugli. Espropriare una parte di questi monti, e farne dei buoni alpi non troppo discosti dai nuclei d'abitazione, ecco un'impresa gi cominciata a Ludiano (Blenio) e degna di essere continuata altrove, in ogni caso di essere studiata.
Dappertutto vi sono alpi che bisogna abbandonare perch si vanno coprendo di ghiaia (soprattutto nel Sopraceneri). Abbandonare, dove sia possibile, questi alpi e farne dei domini forestali, in quanto la loro quota di elevazione lo permetta.
Ecco i grandi problemi del domani che si devono risolvere, a grande beneficio anche delle nostre pianure e delle nostre citt, poich non sar mai possibile garantire il buon esito della correzione del piano di Magadino, o della Maggia, del Vedeggio o del Cassarate se nelle alte valli continuano i franamenti e se le ghiaie convogliate riempiono i canali dei fiumi indigati.
 III.
LE CAPRE NELL'ECONOMIA MONTANA
Vi sar anche da risolvere il grave problema delle capre.
In una mia conferenza di dieci anni or sono a Basilea mi ero ingegnato di esporre le cause di decadenza della nostra economia di montagna, come le ho esposte poc'anzi, e avevo parlato delle difficolt tecniche dei nostri rimboschimenti. Un professore di Universit prese la parola, e mi domand se la causa degli insuccessi non fossero piuttosto le capre. "L'economia caprina, disse, porta come naturale conseguenza lo scadimento dell'agricoltura e la povert, come si vede in tanti paesi: nei Pirenei, in Albania, nell'Epiro, in Corsica ed in Sardegna".
- Signor mio, gli risposi, Voi parlate come un viaggiatore che tornando da quei paesi dicesse di avere constatato che causa della loro povert sono le pulci. "In tutti i paesi, Voi direste, dove sono pulci ecco che viene la povert". Io sono piuttosto d'avviso che  la povert che mena le pulci, come  la povert del suolo che mena le capre e talvolta la povert degli abitatori che le impone anche col dove potrebbero essere le bergamine...
Il mio successo fu completo; ma devo confessare che era alquanto sofistico. Per condizioni naturali, e addirittura orografiche, la terra ticinese  di coltivazione estensiva piuttosto che intensiva. Le capre ivi si trovano al loro posto semplicemente perch corrono.
Vi sono comuni, e forse vallate, dove sarebbe opportuno introdurre un tipo di capre meno vagabonde; le capre bianche dell'altipiano forse nella Capriasca; ma la capra rupestre e corridora  una necessit per certe regioni. La soluzione del problema  stata vanamente cercata nelle misure semplicemente proibitive. La proibizione costituisce, come ha dimostrato Giovanni Giolitti in Italia, una espropriazione d'uso che suppone un compenso a titolo d'indennit.
Dove sia voluto da gravi ragioni di ordine pubblico, l'espropriazione dell'uso, almeno temporanea, pu essere fatta mediante compenso ai proprietari: tale compenso dovrebbe essere dato piuttosto che in denari, in migliorie di altri pascoli e prati alpini, appunto come si  praticato in Italia.
Ma il vero problema generale delle capre si risolve in una questione di disciplina. Le capre devono essere curate, come si pratica nei Grigioni, in condizioni analoghe alle nostre. A facilitare la custodia giova talvolta assegnare, per le capre, alpi, versanti o convalli speciali; ma senza una buona custodia diventa impossibile una buona economia. La pastorizia si risolve in depredazione. La custodia costa qualche cosa, ma non troppo. In realt non  la spesa che impedisce la buona disciplina: egli  che il popolo ticinese  abituato egli stesso alla indisciplina. Lo si pu osservare ad ogni istante.  forse una qualit acquistata dal popolo italiano in genere, contro la quale oggi si reagisce, ma la disciplina devesi considerare come una qualit necessaria ai popoli, come il nostro, che vogliono conservare la propria libert individuale. Intendo la disciplina voluta, insegnata ed accettata per spirito di solidariet umana, la disciplina che le religioni insegnano come igiene dell'anima, quella disciplina insomma che deve diventare un'abitudine pi ancora che un'obbedienza(15).
Sgraziatamente lo spirito di disciplina ha un nemico, il settarismo che  la nostra malattia ereditaria. Ma di questo dir pi oltre.
 Educazione civica
 I.
CIVICA E STORIA
Questa lettura vorrebbe essere una buona appendice a quegli Avvertimenti al maestro che ho posto in nota ai capitoli del mio Frassineto, libro di educazione civica per le nostre scuole elementari maggiori, ma anche un coronamento di ci che ho voluto svolgere nelle due letture precedenti. Altrimenti a che servirebbe? Perch sarei qui io ad insegnare a voi, maestri, quell'arte didattica che voi praticate ed io ignoro?
 come uomo politico, nel senso buono, nel senso aristotelico della parola, che dopo avervi trattenuti di quella parte della scienza di stato che pi direttamente si riferisce all'ambiente etnografico in cui viviamo, vengo ora a dirvi com'io intravveda la proiezione di quelle leggi che l'esperienza mi ha dimostrato, nel campo della scuola popolare.
La lingua tedesca ha un vocabolo che definisce, pi esattamente che la nostra non possa, quella educazione che noi chiamiamo, secondo un uso francese, la civica. Essi chiamano Vaterlandskunde (letteralmente conoscenza o nozione della patria) ad un complesso che abbraccia la conoscenza del suolo, della storia e delle istituzioni del paese in quanto serva come formazione del cittadino, al di l di ogni scopo pratico o informativo.
 in questo senso che deve essere compresa l'educazione civica; ond'io stimo necessario che il maestro sappia e voglia diffondere quella luce che la sua coscienza civica gli ha acceso nell'anima.
Ci valga per l'insegnamento della storia in particolare. N dico solo della storia svizzera, ma di tutta la storia, perch quando noi consideriamo la storia di un determinato paese non ci  mai possibile isolarla completamente dalla storia universale: ed anche potendolo ci si svia, posciach universale  l'esperienza umana.
Storia, ci hanno insegnato, deriva da un vocabolo greco che significa vedere. Sta bene: ma non tutto ci che si pu vedere o comprendere nella storia  degno d'essere memorato, riferito, insegnato. Al pi, tutto potr interessare l'erudito, ma la scuola deve scegliere, fra le cose sapute, quelle che servono al suo fine educativo.
I fatti vengono scelti e coordinati ad un fine.
Avviene perci che i testi di storia sieno sempre pi o meno informati a determinati criteri i quali possono essere diversi dall'uno all'altro paese, dall'una all'altra epoca.
Cito un esempio caratteristico senza uscire dall'argomento che pi c'interessa.
Abbiamo parlato, il mio egregio collega Calgari ed io, del glorioso periodo dei comuni, periodo illustre particolarmente nelle arti, poich furono i comuni, in Francia come da noi, che hanno erette le cattedrali e le umili chiese dei villaggi: illustre perch dopo scaduto il concetto greco-romano della civitas, i comuni si affermano, sia pure per mero intuito, nel principio eminentemente cristiano che anche l'autorit di Cesare  soggetta alla legge di Dio, che l'anima del re  eguale a quella del servo davanti al Dio padre, donde il corollario dell'eguaglianza degli uomini davanti alla legge.
Eppure, se noi consultiamo i testi di storia fatti per le scuole delle grandi nazioni moderne, il comune quasi non esiste.
Le stesse enciclopedie popolari sembra vogliano ignorarlo. I testi francesi appena ne parlano perch se scritti da autori monarchici il loro compito  di riferire tutto alla monarchia ci che la Francia ha fatto in mille anni: se sono scritti secondo lo spirito giacobino, il loro compito  quello di dimostrare che la democrazia e la libert sono creazioni della rivoluzione francese.
I testi italiani parleranno del comune come di fenomeno particolarmente italico, come gi abbiamo visto.
Anche qui le tendenze politiche del secolo scorso hanno lasciato il loro sigillo quasi in ogni testo, talvolta mettendosi d'accordo per tacere un fatto, importante, s, ma che stuona con le tesi preconcette. L'influenza che quel movimento religioso antifeudale, che va da san Francesco a san Bernardo, ebbe nella formazione dei comuni, agli uni parve doversi tacere perch poteva essere invocata dalla democrazia liberale contro i governi reazionari; agli altri sembr pericoloso ammettere, solo perch poteva giovare alla Chiesa nelle sue controversie con lo Stato. Si tacque quindi una delle pi belle pagine della storia del nostro incivilimento.
Fra i testi di storia per la Svizzera romanda, quello del Maillefer appena accenna ai comuni rustici dicendo che ne hanno esistito nel paese di Svitto e nel Tirolo!
Prendiamo un altro esempio non meno illustre: quello della riforma e della controriforma.
I libri di storia scritti per i cattolici si fanno un dovere di dipingere i riformatori sotto la specie di emissari dell'inferno: quelli scritti dai riformati ne fanno degli eroi e dei profeti e dipingeranno coi pi foschi colori la corruttela della Chiesa al secolo di Leone X. La scuola neutra voluta dalla Costituzione federale, deve poter essere frequentata da allievi delle due confessioni senza scandalo per la loro coscienza... allora ci si accord tacitamente per ignorare nel testo di storia ci che vi  di pi grande e di pi nobile nel fenomeno storico della Riforma e della Controriforma, particolarmente nella nostra Svizzera, e nel ridurlo ad una sterile successione di battaglie.
Come riconosce l'illustre cattolico Gonzaga de Reynold, quella epica lotta colturale, rimettendo in questione l'essenza stessa del cristianesimo, fu causa in tutta Europa di un rifiorire di studi filosofici e teologici. Gli avversari si incontrarono talvolta sui campi di battaglia, ma la lunga guerra fu combattuta con le armi del sapere e della dottrina in cui le due parti raggiunsero un massimo di sforzo morale.
Non cos la chiesa greco-ortodossa la quale, nata a Bisanzio e ligia alla tradizione bizantina, tutta forme esterne, rimase immutata e indiscussa, fedele ai suoi riti esterni e ai governi che la mantenevano, fosse pure quello turco, ma snervata e fiacca. La rivoluzione bolscevica l'ha infranta in Russia, senza aureola di martirio: le nuove sovranit ne fecero, fuori della Russia sovietica, delle comode chiese di Stato. Solo in Occidente il cristianesimo ha conservato la sua eccezionale forza di espansione su tutte le parti del mondo. Ci non fu malgrado la Riforma, ma in virt della Riforma e della Controriforma.
Negli altri paesi si potr dire che la riforma ha prevalso per opera di sovrani che vi avevano un interesse dinastico... oppure che la controriforma fu una speculazione della Casa d'Absburgo... (Per tutto si trovano argomenti in politica)... Ma nella Svizzera fu mestieri conquistare l'assenso delle masse. Zwingli e Calvino, ordinando che ciascun cristiano dovesse leggere i Vangeli ordinarono di fatto la scuola obbligatoria. Tosto a Svitto i cattolici si sentirono a disagio perch i vicini e rivali zurighesi sapevano tutti leggere. Ed ecco che anche la Svizzera cattolica si copr di scuole d'ogni grado, Il popolo svizzero primeggi per pi secoli per livello d'istruzione!
I Baliaggi ticinesi sembrarono agli arcivescovi di Milano una breccia aperta alla Riforma: ed ecco in tutte le nostre valli, in tutte le nostre campagne come nei borghi, sorgere benefici cappellanici per insegnare "a leggere, scrivere e far di conto". e sovente gli "elementi della grammatica" (che voleva dire del latino).  stato accreditato anche dal Franscini, per opportunit politica, il racconto dell'ignoranza crassa che i Landfogti portarono e lasciarono nel Ticino. Niente di meno vero. Con meno di 100 mila abitanti i ticinesi avevano, al cadere del regime, quattro ginnasi (Lugano, Mendrisio, Bellinzona e Locarno) e due Seminari con insegnamento anche per i laici. Nessuna provincia d'Italia, foss'anche Firenze, ne aveva di pi in proporzione d'anime!(16).
 II.
LO SCOGLIO DEL SETTARISMO
Ma come avviene che la storia sia cos sformata?
Avviene naturalmente.
Ogni nuovo regime ha bisogno di giustificare la propria rivoluzione (quella da cui esce, secondo la teoria di Giovanni Bovio) e di svalorizzare il regime anteriore.
Mussolini non pu non parlar male del regime che l'ha preceduto. Egli trascende ogni misura quando inveisce contro quelle dottrine liberali che pur fecero libera l'Italia, ma la critica retrospettiva  il presupposto della legittimit del suo regime. Per la stessa ragione i patrioti vodesi i quali nel 1798 avevano incautamente provocato l'invasione francese nella Svizzera, coi suo fatal seguito di ruberie e di prepotenze, avevano bisogno di denigrare al di l di ogni giustizia storica il dominio di Berna sul loro territorio. La imitazione e la solidariet politica fecero il resto. La critica retrospettiva era facile anche perch tutto il secolo diciottesimo era stato un'epoca di splendore delle corti e delle capitali, a costo di una esosa oppressione delle classi campagnole, ma la critica monta volontieri a cavallo della rettorica ed allora addio misura! Cos la giustizia sociale  tutta questione di misura.
Questi avvertimenti ho creduto dover fare a Voi maestri, perch nei nostri tempi la vostra missione diventa sempre pi delicata. Non che l'umanit peggiori, ma perch i rapporti umani diventano ogni giorno pi complicati e pi penetrati di nuovi fattori psicologici oltre a quelli economici.
La Svizzera ha felicemente superato il periodo delle lotte confessionali
Da circa mezzo secolo il cosidetto "Kulturkampf"  assopito. La parte cattolica non cerca pi di riaprire i conventi soppressi n di fondarne di nuovi, ma ha diffuso largamente le corporazioni religiose che nulla pi impedisce. Permane il divieto contro i gesuiti ma si  aperta una fiorente universit cattolica. Dall'una e dall'altra parte si evitano le occasioni di risse confessionali(17).
Sorgono invece nuovi e grandissimi argomenti di lotte interne. La teoria marxista della lotta di classe, lotta che di fatto si pu rintracciare nella storia pi antica e specialmente in quelle classiche gare che hanno determinato la formazione del diritto romano, non  in se stessa una eresia dei tempi moderni, non  incompatibile con la teoria dello stato costituzionale che noi pratichiamo nella Svizzera. Invece le esagerazioni possono ricondurci a quelle convulsioni che hanno funestato le antiche lotte confessionali. Tutta la storia svizzera, dal cominciare della Riforma fino all'epoca contemporanea,  ispirata da un sentimento di moderazione nelle rivalit e di prevalenza dell'interesse superiore della patria sui sentimenti particolari, per quanto rispettabili. Un tale sentimento  la negazione della faziosit.
La scuola deve e pu esercitare una cura preventiva contro le esagerazioni le quali provengono quasi sempre da suggestioni straniere. Nelle grandi nazioni i motivi di conflitto, di odio, di ribellioni, sono quasi sempre assai pi violenti che la natura del nostro suolo non comporti. Uno svizzero della fine del settecento poteva essere pi giacobino di Robespierre senza sentire il bisogno di menar la ghigliottina del suo paese(18).
Ma il conflitto d'idee e di sentimenti che pi agita la civilt moderna  quello derivante dal concetto materialistico della razza in rapporto alla civilt.
Se dalla concezione cristiana della comune discendenza degli uomini da una creatura fatta ad immagine di un Dio padre comune, e comune amore di tutti gli uomini, si discende al concetto dei costruttore dell'Europa contemporanea, non si pu fare a meno di chiedersi se la concezione nuova non sia la conseguenza logica di quel sofistico malinteso che, sotto la specie dell'evoluzionismo, fa procedere la specie umana, anzi le specie umane da una o da pi specie di scimmie.
Gli uomini sarebbero diversi di razza e di favella perch discendono da scimmie di diverse specie. E poich  naturale che le diverse trib di scimmie sieno fra loro in guerra per la conquista delle banane,  altres naturale, e dunque necessario, che gli uomini si esercitino nella virt guerriera, finch il tipo umano pi atto a sopravvivere abbia distrutto tutti gli altri tipi umani, secondo la male invocata legge della teoria darvinista. In questo senso la guerra  fonte di energia, scuola di carattere e maestra di civilt come ci hanno insegnato certi marescialli tedeschi ed altri pi moderni che non sono: tedeschi n marescialli.
Altrettanto naturale  poi che ogni popolo ravvisi in se stesso i caratteri di quella razza superiore che Virgilio riscontrava nel suo gi decadente popolo latino, "nato a reggere l'imperio dei Mondi". La favola cristiana degli uomini eguali nei doveri verso il Dio padre apparir come una dannosa aberrazione, atta a snervare le virt della stirpe.
Un altro passo della Bibbia dovr essere sottoposto a censura. Non  possibile che Dio abbia, sui campi di Babele punito gli uomini della loro superbia confondendo le loro favelle. La diversit delle favelle  anzi il segno indelebile della diversit dei destini umani. Dio cre la lingua del popolo eletto (e ciascuno si crede quello) e le lingue dei popoli barbari: le lingue dei padroni, e quelle dei servi. (Tutti i salmi finiscono in gloria). La lingua del popolo eletto diventa il sacro tabernacolo della coltura.
Non  vero (dicono) che la coltura occidentale sia il retaggio accumulato attraverso i secoli di varie civilt, egiziaca, ellenica, romana, ebraica, araba, e forse indiana e cinese. Non  vero che attraverso il rinascimento ogni popolo d'Europa abbia portato il suo contributo all'umanesimo, fino alle lontane patrie di Keplero, di Bacone e di Spinoza. Macch! i barbari sono barbari e i maestri della civilt siamo noi. Questo noi pu essere tradotto in wir, nous, nosotros. Solo l'anglosassone si astiene di tradurlo a modo suo, pago di sapere che il padrone dei mari  lui e gli altri possono chiacchierare a loro talento. L'Ebreo, in disparte, guarda e sorride pensando ai destini di Adonai. Egli ricorda i tempi lontani quando gli amaleciti e i filistei pretendevano dettargli la legge e quando i fenici osarono dirsi padroni del mondo...
Il maestro svizzero dir ai suoi allievi, quando l'occasione si presenti (senza troppo andarle a cercare) che la nostra igiene nazionale consiste nel tenersi al disopra di quelle che sono le meschinit dei grandi.
Egli potr dire che tutte le nostre miserie politiche, le nostre discordie, le nostre faziosit, delle quali tante volte ci incolpiamo a vicenda, ci vennero sempre, o quasi sempre, dall'aver voluto imitare le grandezze, appropriarci la boria, sposare le passioni degli stranieri(19).
E se teme di smarrirsi nel labirinto delle nostre rivalit partigiane, tenga per certo che c' il filo d'Arianna. Chiamare l'attenzione dei ragazzi e delle ragazze sopra le cose belle, le speranze, le aspirazioni del loro villaggio, del circolo, della valle.
...
NOTA. - Ci piace riprodurre, come seguito al passo sopra citato, il seguente brano che togliamo dalla avvertenza che figura nel numero 1, anno I, maggio 1882, della Rivista scientifica svizzera fondata e diretta da Mos Bertoni, fratello di Brenno Bertoni:
"...L'evoluzione - che  nella sua pi vasta concezione una condizione necessaria, non solo alla umanit ma alla natura tutta -  la risultante di due forze non meno necessarie: la progressiva e la conservatrice. Questi due elementi sono del pari indispensabili: in fondo l'opposizione che tra essi esiste non  che un'apparenza, la quale risulta dalla differenza delle rispettive funzioni. Essi tendono allo stesso scopo: tra essi non v'ha in realt che una divisione di lavoro.
La forza progressiva e la conservatrice esistono, e con le identiche necessarie funzioni, nell'umanit come nella natura tutta: la mancanza di una qualunque di esse condurrebbe inevitabilmente e rapidamente al caos.
Nella natura noi constatiamo l'apparizione continua di forze nuove: di queste, molte trovano condizioni favorevoli, e dnno luogo a nuove razze, a nuove specie, meglio sviluppate, meglio armate nella lotta per la esistenza. Ad ogni passo constatiamo gli effetti dell'adattazione, fenomeno importantissimo merc il quale un organismo modifica o trasforma a poco a poco certi suoi organi o ne forma di nuovi, ci che gli permette di svilupparsi meglio nelle condizioni in cui si trova, o meglio ancora di poter vivere e svilupparsi in condizioni affatto nuove.
Ma esiste una forza egualmente generale e potente:  quella che fissa, che relativamente perpetua le forme aventi una ragion d'essere, formando cos il punto d'appoggio dei progressi successivi.
Per noi, il fatto che due grandi forze esistono, basta a provarne la necessit. Gli inconvenienti non si mostrano che allorquando i popoli dimenticano questo fatto fondamentale per gettarsi nei vortici di lotte intestine, accanite, sistematiche. Non  che tempo di rimediarvi, giacch la nazione ha urgente bisogno di tutte le sue forze.
A quelle menti che sanno elevarsi al di sopra delle debolezze umane, che sanno conservare e progredire ad un tempo, a quelle tocca rimediare a tanto male. Ognuno ha, verso la societ, un debito proporzionato alle proprie forze. Che coloro i quali sono coscienti dei bisogni della patria, paghino questo debito e s'accingano all'opera, mostrando e con la parola e con l'esempio, quale  lo scopo di tutta l'umanit, quale  il punto ove noi tutti dobbiamo concentrare i nostri sforzi riuniti. L'opera sar difficile, ma non sar ingrata, ed il frutto di un'attivit saviamente diretta non tarder a mostrarsi.
Per parte nostra noi terminiamo esprimendo calorosamente un voto, ed  quello di veder presto sorgere l'aurora di quel giorno in cui, cessata ogni sterile lotta di partito, il popolo volger tutti i suoi sforzi e la sua attivit allo sviluppo del suo benessere morale e materiale, ritenendoci bastevolmente rimunerati se le nostre deboli forze avranno potuto contribuire in qualche piccola parte a un tale successo".
 PARTE TERZA
 Patria e cultura
 I.
Sul valore morale della Svizzera(20)
 I.
Cittadini,
La ricorrenza del natale della patria , nel grigiore di questi tempi sconcertati e poveri di speranza, come un'ondata di sentimento trasmessa da qualche misteriosa centrale, per i fili invisibili del destino.
Il patriottismo infatti  prima di tutto un sentimento, una religione civile, e come tale trascende dalle nostre cure quotidiane, dalle nostre preoccupazioni momentanee, dai nostri calcoli e dai nostri interessi contrastanti.
 questa una verit conclamata da tutte le letterature antiche e moderne. Senonch ogni sentimento, ogni amore,  soggetto agli assalti della critica, specialmente in un'epoca, come la nostra, dove una critica esasperata mette tutto in discussione, a tal punto, che un grande pensatore come Tolstoi arriva a chiedersi se sia poi necessario che l'umanit si perpetui sulla terra o se non sia meglio lasciarla spegnere e perire.
Quante persone, quanti padri e quante madri, offesi nei loro pi santi affetti, delusi nelle loro pi naturali speranze, non arrivano in certe ore tristi a porsi la stessa angosciosa domanda: A che la vita?
E allora si comprende anche l'altra domanda: A che la patria?
A che la patria se nel suo nome  stata combattuta la pi folle, la pi mostruosa delle guerre che, a memoria di secoli e millenni abbiano insanguinato l'umanit?
Domanda altrettanto legittima quanto ogni altra che ci possa dettare la disperazione: A che la virt se la nequizia trionfa? A che la scienza se l'uomo diventa tanto pi passibile di sofferenza quanto pi la sensibilit progredisce? A che il progresso se l'uomo non migliora? A che la ricchezza se c'inganna? A che l'amore se  sorgente di tanto odio?
Parole di disperazione, parole sataniche contro le quali insorge il nostro sentimento umano, il nostro spirito di vita.
Noi abbiamo visto sfilare con noi e davanti a noi le schiere della divina infanzia e della balda adolescenza, piene di amore e piene di speranza. Noi vedremo stasera, domani e sempre, piegarsi su questa fede incarnata, su questa. speranza operante, la carit delle pie madri, il benvolere delle maestre e dei maestri, ed allora, come il sole dissipa le grige nebbie ed indora il mondo della sua luce, allora il nostro animo illuminato ci dir: no l'amore non  menzogna: no l'umanit non  menzogna: no il progresso non  menzogna: non  menzogna la patria!
L'amor patrio  idea divina, come  divino l'amor del prossimo. La patria  la parte pi prossima del nostro prossimo e cos questa che vi ho detto essere una religione civile diventa religione in assoluto, religione nel senso pi universale, pi eterno della parola!
 II.
Ma dagli stessi assertori del patriottismo, da coloro forse che in altri paesi si fanno dell'amor patrio un argomento d'odio contro la patria degli altri, od uno strumento per le loro mire imperialiste, sorge sovente la voce insidiosa d'un altro criticismo.
Dicono quelle voci rivolte alla nostra giovent. Ma che patria  dunque la Svizzera? Pu essere patria la Svizzera se non  una nazione? A fare una nazione occorre una certa unit di razza, di lingua e di coltura: e tu, Svizzera, ne sei la negazione!
Il diavolo, insegna la Chiesa,  sottile ragionatore. Il demonio dell'imperialismo ha molte armi a sua disposizione. Le pi insidiose sono la letteratura e la storia quali sono insegnate nei libri e nelle scuole. Il giovine svizzero di lingua tedesca si incontra fatalmente, nelle sue letture, con qualche autore germanico che tende a persuaderlo che la razza germanica  per missione la dominatrice dell'Europa. Tutta l'umanit civile deriva dal tronco indo-germanico (ammirate la bella parola!) del quale un ramo si  esteso all'Asia, l'altro all'Europa. Gli stessi greci antichi erano germanici, pi germanici fra tutti i dori; ma son germanici d'origine anche i latini, oggi decaduti o degeneri.
Va senza dirlo che il buon turgoviese che legge di queste dottissime bubbole  portato a crederle e ad ammettere il primato della propria stirpe. Oggi la parola stirpe  di moda e le si attribuiscono tutti i sensi possibili.
Per il moderno nazionalista francese la Francia rappresenta la vera latinit. Vero  che gli antichi galli erano celti, come celtici erano una volta i popoli d'oltre Reno. Vero anche la Francia si chiama Francia, cio paese dei franchi, i quali franchi erano tedeschi: ci non impedisce la latinit dei francesi, latinissimi, dicono loro, anche in confronto agli italiani. Nella quale tesi c' una profonda verit che contraddice per a tutta la tesi razzistica e la annienta. Non  dunque la razza gallica n quella franca o normanna che caratterizza la nazione francese, ma la civilt romana, ma l'educazione latina, non tanto ai tempi della romanizzazione, forse, quanto ai tempi della cristianizzazione.  dunque l'elemento spirituale, non l'elemento razzistico che fa un popolo: la psicologia, non la biologia d il carattere incancellabile ad una nazione; non un corpo ma una anima ispira il concetto della patria.
Ma ormai il concetto razzistico, il quale durante la guerra era stato portato fin sugli altari,  in piena decadenza. Esso non  pi professato che dai socialnazionali di Germania che se ne valgono principalmente contro i polacchi e gli ebrei. I molti italiani che se n'erano invaghiti cominciano a capire d'aver tradotto in versi d'Annunziani la prosa volgaruccia di Treitschke forse i nostri aduliani saranno un giorno avvertiti che hanno preso per cristianesimo l'evangelo dell'Anticristo di Sils-Maria. La Chiesa cattolica in ogni caso ha preso in Francia come in Germania una posizione energicamente contraria ad ogni razzismo, condannandolo come eresia.
 III.
Il declinare del razzismo non impedisce che fiorisca il nazionalismo linguistico e culturale. Per una quantit di intellettuali, specialmente fra i letterati, la lingua s'identifica con la cultura, al punto di presumere che tutta la gente di una stessa lingua pensi o senta pressapoco alla stessa maniera ed abbia analoghi interessi morali, e sia perci destinata a vivere sotto una legge comune e costituire una sola patria, la vera patria.
Beninteso questo idealismo, rafforzato in sentimentalismo, poscia addirittura in misticismo, ha una prima e diretta conseguenza pratica: che la gente d'altra lingua debba presumersi non solo diversa, ma antitetica e quindi nemica. Lo zurigano  presunto il natural nemico del ticinese e qualsiasi matrimonio consacrato fra cristiani di diverse lingue  poco meno di peccato contro natura.
 la tesi aduliana nel suo patologico misticismo.
Di questa teoria si  fatto grande sfoggio durante la guerra. Essa non ha impedito che l'Alsazia tedesca fosse considerata come figlia prediletta della Francia e che si consideri come un delitto e come una grave minaccia per la pace d'Europa se l'austriaco, figlio maggiorenne della Germania, aspira a rientrare nella sua famiglia. Guai solo a parlarne!
Or sono poche settimane il maresciallo francese Liautey, aprendo l'esposizione coloniale, rompeva nettamente con la rettorica linguistica e razzistica dichiarando che "la France n'est gas une rate, mais une civilisation". Una civilt alla quale appartengono oramai di fatto e di diritto i numidi ed i berberi, i congolesi ed il malgasci, i tonchinesi e gli annamiti, i bianchi, i neri ed i gialli costituenti una sola unit. Perfettamente! Quella unit culturale che si vorrebbe poi contestare alla Svizzera.
Eppure quel signor maresciallo di Francia ha ragione. C' ormai nel vasto mondo coloniale una civilt francese, su per gi allo stesso titolo per il quale noi parliamo della civilt romana ai tempi di Marco Aurelio.
 IV.
Il nazionalismo linguistico  dunque altrettanto menzognero che quello razzistico. Salta agli occhi del cittadino il pi semplice che c' pi ragione di dissenso fra un italiano cattolico e credente e un italiano ateo e bolscevico che non fra due cattolici o due massoni di diversa schiatta! - Se la teoria linguistica fosse vera, la Spagna e tredici repubbliche americane dovrebbero costituire un sola patria.
In realt c' questo, che nella moderna e pazza diatriba tra francesi, tedeschi, italiani, ungheresi e tutti quanti, i padroni del mondo vanno diventando gli anglosassoni, senza bisogno di unit politica; domani potrebbero diventar padroni i tartari a dispetto di tutte le contrastanti civilt, e gi vi sono avviati. Senza parlare degli ebrei i quali non avendo pi ne una lingua comune, n una patria comune, tengono in freno il mondo con la loro unit spirituale.
 V.
La verit  che la patria  costituita fondamentalmente da un territorio come elemento materiale, da uno stato di coscienza e da una volont politica come elemento morale.
Una vittoria militare ed un trattato di pace possono far sorgere un nuovo stato, anche una dozzina di stati nuovi, ma non possono improvvisare n nuove coscienze n nuove nazioni nel senso giusto della parola. La Svizzera, sorta quasi come una necessit nelle grandi crisi della civilt europea, non  la negazione del concetto di patria e di nazione, ma il capolavoro politico di questo concetto.
 prezzo dell'opera dimostrare la sua origine gloriosa, la logica costante del suo sviluppo e la ragione del suo permanere.
La Svizzera  sorta da quella mirabile evoluzione dell'Europa, fra il 13 e il 15 secolo, che fu la libert comunale. Non  vero che il movimento comunale sia stato un episodio specifico dell'Italia settentrionale insorta contro la prepotenza sveva. Questa versione, per quanto sia stata officiale nelle nostre scuole, impiccolisce e svaluta uno dei pi grandi fenomeni europei. Forse la de
mocrazia corporativa del medioevo  sorta essa stessa da una analoga evoluzione della Chiesa, cominciata un secolo prima, diretta a salvare la fede dalle usurpazioni del grande feudalismo. A quel movimento parteciparono papi ed arcivescovi italiani e diversi santi, fra cui Francesco d'Assisi, san Bernardo e Bernardino da Siena, ma esso non aveva nulla a che fare con un nazionalismo moderno. In ogni caso la Lega lombarda  assolutamente contemporanea alla prima lega anseatica ed alle libert municipali di Ratisbona (Regensburg) sul Danubio. A non grande distanza seguono (se pur non precedono) i comuni delle Fiandre e quelli di Spagna. In Inghilterra un ramo del Parlamento si chiama ancora Camera dei Comuni. Non  mestieri ch'io mi indugi a cantare la gloria del comune italico n del comune in genere. Vi fu una civilt comunale di meravigliosa fecondit nei traffici, nelle industrie, nelle lettere e nelle arti.  l'epoca della Cattedrale quale si rivela nel capolavoro di Francesco Chiesa; l'epoca alla quale risalgono i moderni patrioti spagnuoli per cercare la Spagna vera ed autentica, anteriore alle dinastie straniere.
I comuni perirono in tutta Europa, traditi come a Milano dai loro duci, travolti nella formazione dei grandi principati. In Svizzera rimasero e vivono tuttora nella forma del Cantone. Tutte le democrazie svizzere, dal Conseil gnral di Ginevra alla Landsgenneinde dell'Appenzello, dallo stato-citt di Basilea ai comuni rustici di Blenio, di Leventina, della valle d'Uri e delle Leghe grigie, sono parenti. Se sieno nelle Valli del Reno, del Rodano, dell'Inn o del Po  cosa secondaria. L'essenziale  che i comuni hanno potuto difendersi fra le montagne. Anche le costituzioni svizzere non sono che oscillazioni di un movimento costante, che va dal leggendario giuramento del Grtli, dalla Carta del 1291, fino alla vigente costituzione.
Le citt e le campagne retiche e svizzere si liberano della piccola feudalit, tengono testa alla grande, si staccano dall'Impero, concludono alleanze, si stringono in un fascio e diventano un nucleo di potenza militare capace di trattar da pari a pari coi sovrani d'Europa. Agli storici di scuola giacobina ci ha potuto sembrare un anacronismo ed una stuonatura. I rivoluzionari di Francia, che mai non furono immuni di spirito imperialista, accusarono la Svizzera di essere un refuge de l'esprit moyen-geux; e dal loro punto di vista ci si capisce benissimo. Ci che non si capisce  che degli illustri italiani ripetano retrospettivamente la stessa accusa per conto loro.
Che cosa  il cantone svizzero se non la vittoria del Comune italiano? In che differiva la Signoria di Berna sulle sue terre da quella di Firenze e di Venezia sulle proprie?
Le citt e le campagne svizzere erano difese da milizie proprie: che altro augurava Machiavelli a Firenze ed alle altre citt, per la salute di quell'Italia che stava cadendo sotto il dominio straniero? Non fu la milizia cittadina una delle conquiste che la Lega lombarda strapp all'Impero?
Vero  bene che i ducati italiani, sorti dalla spogliazione dei comuni ebbero corti fastose ed illustri, grazie alle quali Leonardo, il divino Leonardo cittadino di Firenze, pot sviluppare la vastit del suo ingegno al servizio d'un duca usurpatore di Milano per poi finire al servizio di un re di Francia. Ma tocca proprio ai patrocinatori dell'Italia il far vergogna agli Svizzeri di non essere diventati a quel tempo sudditi gli uni dei re di Francia, soldati gli altri della dinastia di Absburgo?
Oh, cecit dei partiti presi!
 VI.
Una delle frasi rettoriche contro la Svizzera  quella delle truppe mercenarie. Ma c'erano forse altre truppe a quel tempo?  colpa nostra se le splendide corti, successe ai comuni, non osavano mettere armi nelle mani dei loro felici sudditi?
L'organizzazione militare svizzera era allora la pi disciplinata d'Europa. Gli svizzeri prestavano truppe all'estero, ma mediante regolari trattati di diritto pubblico, ci che non era causa di ladroneggio, come stoltamente fu insegnato, ma garanzia contro il ladroneggio normalmente praticato dai lanzichenecchi tedeschi, dagli armagnacchi francesi, dagli spagnuoli e dagli albanesi. Descrivere, come fa il Cant, i diecimila svizzeri del cardinale Schinner che mettono a ruba tutta quanta la Lombardia, e tutta la popolazione che scappa a Milano e a Como, e il maresciallo francese che non osando attaccarli ordina il salva chi pu, sar fare ingiuria agli svizzeri, ma molto pi agli italiani. Scherzi della rettorica!
Instaurato in Europa il sistema delle milizie nazionali, la Confederazione svizzera proib le capitolazioni militari e pun come reato individuale il servizio straniero.
 VII
Nata dal movimento spirituale dei Comuni, la Svizzera segu il suo destino in quell'altro grande movimento spirituale costituito dalla Riforma e dalla Controriforma. La riforma fu dinastica in Germania ed in Inghilterra, ma fu popolare a Zurigo ed a Ginevra. La controriforma fu dispotica in Ispagna, in Francia, negli stati d'Absburgo e quindi in Italia, ma fu anch'essa democratica in Isvizzera. Le guerre religiose svizzere furono ben poca cosa: i Grigioni risolvevano la pace religiosa cento anni prima che l'Europa a Vestfalia. Altra gran crisi spirituale di Europa  quella della rivoluzione francese e dell'Europa napoleonica. L'antico regime svizzero era decaduto, ma non pi che in altra parte del continente. Il dispotismo, corrompendo il concetto giuridico dello Stato, aveva determinato tremende crisi di coscienza. Nel nostro paese la lotta fra il passato e l'avvenire fu meno sanguinaria che altrove, e meno arbitraria la pace. Questa non fu imposta da un vincitore a un vinto con un cos detto trattato di pace ma si risolse, in tre tempi, colle costituzioni del 1798, del 1803 e del 1814. Cos fu ancora verso il 1848, epoca di nuova crisi europea. Il Sonderbund, nato dalla questione dei gesuiti e da quella dei conventi, fu una guerra civile durata 25 giorni ed esaurita in una battaglia d'un giorno, ma pi con una nuova costituzione, accettata per plebiscito, che tuttora ci regge.
Uno scrittore nazionalista straniero scriveva poc'anzi che questa battaglia aveva dato non pi di 180 morti e ne traeva la conseguenza che la Svizzera non deve essere presa sul serio.
Eppure a noi svizzeri pare di aver dato un buon esempio. A quella guerra politica di 180 morti segu una costituzione politica che sanzionava la libert religiosa. Vinceva,  vero, la maggioranza protestante e liberale, ma non abus della vittoria, attesta un luminare dell'azione spirituale cattolica, Gonzague de Reynold: e questo non abusare della vittoria, col permesso dei nazionalisti moderni,  una virt civica degna d'essere imitata anche dai Grandi.
Scusatemi se insisto sul citato apprezzamento del nazionalista straniero; esso  l'indice di tutta una mentalit. Una guerra civile e religiosa di 180 morti: che miseria culturale! Una buona e vera guerra culturale dura cinque anni, costa dieci milioni di morti e - tredici anni dopo l'armistizio - quindici milioni di disoccupati!
 VIII.
In tutti questi episodi della sua storia, la Svizzera sembra adempiere ed adempie ad una sua missione europea. Se la parola missione pu spiacere a qualche pessimista permetta che si dica funzione poich anche il corpo sociale, a detta di Schaefle, ha le sue funzioni e quindi i suoi organi.
Funzione politico-militare della Svizzera  quella di garantire la neutralit di questa posizione strategica delle alpi, che domina l'Europa centrale. Dacch i passi alpini, dal San Bernardo alla Bernina, furono guardati dalle Leghe, nessun esercito "barbarico" scese pi in Italia, e questo dovrebbe esserci riconosciuto dagli Italiani.
Bast che nel breve interregno di 5 anni, quelli dell'"Elvetica una e indivisibile" - (vassalla della Francia), la neutralit svizzera fosse sospesa, perch tosto dal San Bernardo, dal Sempione e dal Gottardo scendessero eserciti stranieri in Italia e salissero dalla Lombardia gli austro-russi di Suwaroff contro i francesi accampati sul nostro altipiano.
La nostra neutralit fu ripristinata nel 1814 per concorde volere dell'Europa. Se le speranze d'Italia furono allora crudelmente deluse, la neutralit del nostro territorio giov in mille modi a tenerle in vita. Anche militarmente! S, perch meno facile le sarebbe stato il compito del 1848 e del 1859 se l'Austria fosse stata dmina dei passi alpini fino allo Spluga e fino al Gottardo. E quando l'Italia nel 1915 si decise alla sua fiera lotta certo non le nocque saper coperte le sue frontiere fino al Brennero, saper difeso il Gottardo dalle nostre truppe. Pi tosto le avr nociuto la rea insinuazione di qualche irresponsabile che l'esercito germanico stesse per scendere su Milano con la nostra complicit.
I trattati del 1919 confermarono la necessit europea di un territorio svizzero, ci che suppone un'anima svizzera. Sarebbe stato opera stolta supporre un corpo senz'anima. Lo vollero perch la Svizzera appariva come una funzione, una missione, come un'idea morale.
 IX.
Ci comporta per noi delle grandi risponsabilit! Ci richiede la collaborazione cosciente di tutte le nostre classi, di tutte le nostre masse popolari. Dico cosciente perch come valore morale la coscienza viene prima di questa coltura della quale tanto si fa caso.
 stato chiesto dagli scettici quale sia il carattere differenziale di una nostra coltura svizzera. Rispondono i fatti meglio dei ragionamenti. La nostra caratteristica  l'intento all'educazione delle masse. Gi quattro secoli or sono la lotta fra la Riforma e la Controriforma si svolse sul campo della scuola. In nessuna parte d'Europa se ne crearono tante: da Basilea a Mendrisio, da Ginevra a Coira. Non c', n vi pu essere una letteratura svizzera, nel senso convenzionale, mentre si pu concepire una letteratura albanese; ma c' fra gli scrittori svizzeri dei caratteri comuni ed un intento comune, eminentemente pedagogico nel senso pi ampio della parola. I nostri ticinesi anteriori al Cantone Ticino, specie il Soave, sono educatori, come sono educatori il Pestalozzi, il padre Girard, ed in un senso pi largo il Bodmer, il doyen Bridel ed un certo Rousseau che in fatto di coltura ha pur insegnato qualche cosa al mondo. Ed una donna c', una madame de Stal della cui coscienza politica il mondo d'oggi assai pi si gioverebbe che delle infinite conferenze internazionali di ministri e di finanzieri.
Quella nostra cultura si volse alla formazione della coscienza politica dei contadini e degli artigiani, chiamati all'esercizio della sovranit, e fu l'opera di Geremia Gotthelf, di Pestalozzi, di Enr. Zschokke, di Stefano Franscini. Nei rami superiori dello scibile fu l'opera di filosofi e di naturalisti, di sociologi, che non intesero all'effetto rettorico ed agli strepitosi effetti letterari, ma alla sincerit, alla ricerca di verit accessibili a tutti. Maghi della filosofia o mostri della letteratura come Nietsche e D'Annunzio non ottengono successi in Isvizzera. La nostra educazione aborre dall'effetto istrionico. Non fa fremere, non fa sussultare, ma fa riflettere alle cose della vita senza eccessi di furore n d'entusiasmo. Alle Camere federali si pu parlare in tre lingue e generalmente si parla disadorno: ma chi declama si fa compatire. Questo non sar un carattere culturale: vuol dire che  un carattere senza aggettivo.
Formare la coscienza  prevenire la democrazia contro le minacce della demagogia.
Quella demagogia che pu nascere tanto dall'abuso della libert quanto dall'uso della tirannide, tanto dalla idolatria del numero, quanto dal feticismo dell'eroe.
Fu raggiunto il fine? Sarebbe temerario il dirlo, ma ventott'anni dopo l'ultima nostra guerra civile, quella dei 180 morti, fu possibile alla nuova costituzione affidare al soldato svizzero, al popolo svizzero il possesso materiale del suo fucile con le munizioni. Potessero farlo le grandi nazioni culturali che si guardano in cagnesco di qua e di l dal Reno al cospetto dell'Europa trepidante... e rovinata!
...
Cittadini svizzeri! Forti di questa civica educazione proponiamoci di perfezionarla.
Il filosofo della nuova rivoluzione spagnola, Michele de Unamuno, ha detto che la vita politica richiede dalle collettivit una morale collettiva. Una nazione, una classe, un partito devono essere educati all'esame di coscienza. Nessun governo, nessuna fazione non ha mai avuto ragione al cento per cento. Saper riconoscere i propri torti  condizione assoluta del governarsi come del governare.
Cittadini svizzeri, questo socratico insegnamento noi lo conosciamo da secoli. Il grande filosofo don Miguel de Unamuno, visse in Isvizzera ed ebbe nome Nicolao della Flue.
Raccogliete, o giovani, la nostra eredit politica!
Essa non  quella di un tramontato "nucleo di potenza militare", ma quello di una difficile ma vigorosa compagine di educazione civile.
L'avvento delle masse pu, secondo gli umori, essere considerato come il tramonto della civilt o come il sorgere di una civilt nuova: (forse i due concetti non sono antitetici); ma  un fatto sociale di formidabili conseguenze. Noi, eredi delle antiche democrazie, precursori delle nuove, abbiamo il dovere del rispetto di noi medesimi.
Fate, o giovani, che la patria nostra prosperi e viva!
 II.
Le convergenze culturali svizzere(21)
Signore e Signori,
 un rito oramai, per noi svizzeri, che dovunque si compia una manifestazione di vita spirituale sieno chiamate le tre lingue nazionali ad esprimere, con l'accento loro proprio, la convergenza dei sentimenti che a quella manifestazione si riferiscono.
Celebrandosi oggi l'assegnazione di un premio nazionale di letteratura a Jacopo Schaffner, dopo quello conferito a Francesco Chiesa, si volle ch'io parlassi per portare al poeta allemannico il saluto di una gente latina.
La quale cosa io, pure inadeguatamente, mi accingo di buon animo a fare perch qualche cosa, oltre la voce della disciplina, mi pulsa per di dentro che oggi sembrami occorra significare.
In questo ultimo secolo ha ripreso pi che mai la glorificazione della lingua come fattore di civilt: e da questo nobile intento taluno  trasceso alla tesi essere la lingua, pi che forma, sostanza di civilt, cosicch non la nascente civilizzazione di un popolo nuovo forgi la lingua propria, ma la lingua stessa sia il fattore primo od unico d'una civilt nuova.
Io mi guarder bene dal criticare il valore di questa tesi, ma qui in questa dotta Basilea, dove insegn Andreas Heusler, mi sia lecito richiamare una sua sentenza: "essere le istituzioni che un popolo liberamente si  dato, una parte integrante della sua cultura".
Questa nostra cultura ha da noi caratteri propri e l'opera dello scrittore che onoriamo ne porta il marchio, come l'opera di Ramuz, il borgundo: come quella di Francesco Chiesa, il lombardo.
Egli , signore e signori, che della nostra costituzione politica e sociale svizzera si pu dire quello che Cicerone disse della repubblica romana, contestando l'idealismo puro di Platone: "non essere l'opera n di un uomo n di un giorno, ma l'elaborazione plurisecolare di un popolo".
Questo popolo ritenne del Medio Evo tutto ci che quell'epoca cavalleresca ed ingenua ha avuto di grande, simbolizzato nella Cattedrale e nel Palazzo: la libert comunale. Ogni Cantone svizzero  una projezione storica del Comune e il "Conseil gnral" di Ginevra  fratello germano della "Landsgemeinde" dell'Appenzello.
Della Riforma e della Controriforma, questo popolo ha ritenuto la democrazia. Monarchico in Germania e in Inghilterra, il protestantesimo  democratico a Ginevra come a Zurigo, ed  questo protestantesimo, non quello dei monarchi, che pass l'Oceano e ritorn in Europa con l'etica civile di Franklin, cosicch la rivoluzione americana e quella francese procedono in gran parte da Calvino e da Rousseau. Ma anche la Controriforma, dispotica alle Corti di Madrid, di Vienna e di Parigi,  democratica in Isvizzera.
Questa nostra Riforma, questa nostra Controriforma, non hanno guerreggiato con le armi se non nei brevi episodi di Kappel e di Wilmerga;  sul terreno della cultura che hanno misurato le loro forze, creando ginnasi e universit:  nel campo dell'educazione popolare che rivaleggi pi tardi lo zelo del Pestalozzi e della sua schiera con quello dei padri cattolici, Girard, Soave e Fontana.
E quando in Europa l'illuminismo conquist il cuore e la mente dei sovrani riformatori, la Rivoluzione svizzera part dagli intellettuali, dall'alto al basso, per la voce di Geremia Gotthelf, di Bodmer, del decano Bridel, di C. V. Bonstaetten; si espresse per la grande scuola dei pedagogisti diventati uomini politici e degli uomini di stato diventati pedagogisti, fra i quali si eleva la mite ed austera figura di Stefano Franscini, ad esempio di quella poderosa di Enrico Zschokke.
 da questa riforma,  da questa controriforma,  da questa rivoluzione che procedono le figure letterarie di Cherbulliez e di Sismondi, del filosofo Amiel come del filosofo Vinet, ed  dalle stesse che si eleva la figura radiosa di Goffredo Keller.
Educatori di se stessi, formatori di anime e di caratteri, educatori di cittadini e di popoli nell'ideale della libert e della dignit umana, questi uomini sono i fabbri di una nostra cultura.
A voi, scrittori nuovi di questo XX secolo, a voi di continuare la gloriosa tradizione.
Questa nostra cultura  come un albero secolare e vivente le cui radici si protendono e si approfondano nei campi vicini e ne traggono vital nutrimento. Ma la linfa  dell'albero, e l'albero  nostro.
Salute a voi, Jacopo Schaffner, potente figura di scrittore svizzero, dalle radici germaniche, dai fiori nostrani.
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Per il ritorno alle tradizioni(22)
Egregi e cari giovani,
Giosu Carducci, fra i poeti della nuova Italia quello in cui pi profondamente vibr l'anima popolare, rievoca con mesto orgoglio la memoria dell'antico comune italico "quando tutto il popolo era cavaliere", ed a Balduccio di Buonconte arringante i suoi concittadini pone in bocca l'apostrofe meravigliosa:
"Voi che re siete in Sardegna
ed in Pisa cittadini"
Cos quel sommo sentiva e comprendeva la repubblica. Non gregge supina ai voleri ed alle blandizie di un capo, non turba irrequieta abbandonantesi al vento delle sue passioni, ma dignitosa regalit di uomini liberi.
Felici voi, o giovani, e felice la vostra et se a quell'altissimo ideale conformerete le opere vostre!
Voi sarete allora assai migliori di noi, che vi precedemmo di una generazione.
Poich fu gran sventura la nostra di nascere e crescere quando un dilagamento di volgarit minacciava la nostra vita civile. Noi abbiamo vissuto giorni in cui ogni signorilit di modi parve ridicola ostentazione, in cui sembr quasi che la democrazia richiedesse una tal quale umiliazione di ogni cosa elevata, che gli uomini distinti temessero parerlo troppo davanti una comune eguaglianza di povert intellettuale.
Donde ci venne questa epidemia nol so. Certo i nostri maggiori erano stati pi fini e distinti. Sospetto che ci venisse dalla Francia dove il medesimo fenomeno aveva preceduto, al cospetto dell'Europa stupefatta.
Nel grande duello fra la tradizione delle crociate e quella della rivoluzione, che ivi si andava combattendo, avevamo veduto i cattolici francesi, essi che dietro di s avevano la tradizione apologetica di Bossuet e di Chteaubriand, polemizzare nel gergo furbesco di un Veuillot, e coloro che si dicevano continuatori dello spirito di Voltaire, accanirsi nella maniera stilistica di Rochefort, l'aristocratico marchese parigino, che per "posa" recava nella stampa politica il turpiloquio della bettola e la mentalit dell'isterico.
Noi non giungemmo a tal grado di aberrazione, ma l'esempio ci fu funesto. Tutta la nostra vita ne soffr; molte anime gentili si ritrassero dalla vita pubblica non volendone subire il fastidio; molte persero nell'ambiente bislacco le pi belle loro virt. Ogni serenit di giudizio fu conturbata. Noi non vedemmo pi, nel contrasto dei partiti una necessaria manifestazione della meccanica sociale tendente all'equilibrio delle forze statiche e dinamiche, che altro non  il contrasto tra il principio rivoluzionario e il conservatore, ma ognuno tratt con eccitata convinzione il proprio avversario come un nemico dell'uman genere, senza misura, n piet.
Ci non poteva durare per sempre. Il tempo ha gi recato qualche sollievo; ma voi giovani vi libererete e libererete il paese da ogni bruttura estranea al genio della nostra stirpe, alle tradizioni dell'arte nostra. Voi tornerete, nelle manifestazioni della nostra vita, a quel senso della linea tranquilla e pura, a quel gusto armonico delle proporzioni che fu la qualit costante dei nostri maestri d'arte cos nella severit dello stile lombardo come nella gaia agilit dell'ornato secentesco.
A testimonianza di tutti i vostri docenti, uno spirito nuovo anima la veniente generazione. All'amore dello studio, all'amor proprio del successo personale voi andate associando un tutt'altro gusto negli svaghi e nei trattenimenti che non fosse quello della nostra giovent. Splendida prova ne  il carattere di questa stessa vostra festa, la distinta qualit dei vostri ospiti e visitatori, la musica, il canto ed ogni arte di cui vi allietate.
Io ho fede, e "fede  sostanza di cose sperate" - che questo nuovo orientamento di gusti, questa nuova educazione di sentimenti non sar effimera apparizione, ma lascer traccia indelebile nella vita civile del nostro Ticino. Lo credo, perch mi sembra scorgerne la causa principale in una felice trasformazione, che gi da diversi anni si  andata disegnando, nell'educazione delle madri. Nel Ticino la donna accenna a voler superare l'uomo nello studio di tutte quelle discipline: lettere, arti, pedagogia, che tendono ad elevare il valore morale dell'umanit. Non  solo la moda che conduce tanta abbondanza di signore e di signorine ad ogni trattenimento pi intellettivo;  anche un amore sincero per la civilt;  anche il sentimento di un nobile bisogno: quello di poter sorreggere, ora o pi tardi, i propri figli per le ardue vie della scienza. Non mai, come oggi, si videro le madri seguire e curare l'educazione dei giovani loro, anche nei gradi secondari e superiori degli studi.
Un seme tale non pu rimanere sterile in un terreno come il nostro. E se un'ra nuova ne deve nascere, non sar che ritorno alle tradizioni dei gloriosi avi nostri, la cui concezione della vita, affermata nell'arte, fu quella d'un popolo cortese, generoso e sano.
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Saluto ai Confederati
di Sciaffusa, di Glarona e dei Grigioni(23)
Ardua cosa parrebbe, o cittadini e magistrati di Sciaffusa, di Glarona e dei Grigioni, trovare la nota comune che risponda ai caratteri dei vostri cantoni. Troppo facile invece corrispondere nelle usate forme della cordialit ai sentimenti di simpatia che il vostro oratore cos gentilmente ci ha espresso.
La simpatia dei Confederati per i fratelli ticinesi  traboccata negli anni ansiosi della mobilitazione. I nostri battaglioni furono accolti nei vostri paesi come ospiti specialmente cari. I vostri soldati furono accolti dai nostri cittadini e contadini non come uomini di estranea favella, ma come gente della loro gente. Essi precisarono cos le loro idee a riguardo della nostra stirpe, rettificarono forse antichi pregiudizi, appresero il canto delle nostre canzoni e tornarono alle loro case sapendo che "i ticinesi son bravi sold".
Alla mobilitazione militare tenne dietro quella civile: la mobilitazione degli animi per i provvedimenti che le mutate condizioni esigevano. Vi furono le "rivendicazioni ticinesi", come ogni parte del mondo civile ha ormai le proprie. Ora in queste abbiamo trovato, noi ticinesi, la pi larga comprensione in voi, quale appena poteva aspettarsi da un fine umanista come il vostro Bolli, o sciaffusani, o dai vostri deputati glaronesi e grigionesi che quasi tutti comprendono e parlano la nostra lingua.
Ma tutto questo, pur essendo verit senza frange, potrebbe essere detto sotto la specie di una semplice cortesia.
A me importa dire di pi: e lo dir perch l'ora  propizia e rarissima l'occasione.
Dissi una volta a Ginevra che tutti i Cantoni svizzeri hanno un fondo di storia comune, cos che il "Conseil gnral" di quella citt  solo una variante della Landsgemeinde di Glarona. I cantoni svizzeri invero non sono altra cosa che i comuni del medio evo i quali lottarono per la loro libert, per la dignit dei loro cittadini contro le piccole e le grandi autocrazie feudali. La lega svizzera, colle sue leghe grigie  tutto ci che resta in Europa della pi nobile, della pi civile ed insieme della pi cristiana delle ascensioni morali del medioevo. Perirono le leghe lombarde, perirono le leghe renane, perirono le leghe anseatiche travolte dalla formazione dei grandi stati dinastici: le leghe alpine sopravvissero, prevalsero, evolsero, formarono una lega sola, sede ed idea della Lega delle nazioni.
Altri ci compianga di essere piccola provincia periferica di grandi nazioni: noi ci inorgogliamo di essere nucleo di potenza civile. (Dico civile e non militare).
Sciaffusa che per l'Impero di Augusto fu testa di ponte al di l del Reno, Glarona e i Grigioni che nell'Impero furono la Raetia, le valli del Ticino che nell'Impero furono la Lepontia, assursero nell'ora magnifica dei Comuni e delle cattedrali alla dignit di citt libere, di vicinie di "liberi arodari" affrancati da ogni avvilente servit personale.
Perci noi ticinesi non ci gloriamo di essere stati sudditi di Lodovico il Moro, ma di essere stati le quattro pievi di Lugano, le borghesie di Locarno e di Bellinzona, le comunit delle valli che lottarono, sostenute sovente dalla Chiesa di Milano, contro il grande feudalismo, nel quadro politico che fu caro al divino Alighieri.
Voi Grigioni la cui storia  degna di una grande nazione, voi popolo misto di gente etrusca, latina e allemannica, voi che avete vissuto e superato la guerra dei trent'anni, la Riforma e la Controriforma, che avete cozzato con l'Austria, la Francia e la Spagna, che della Repubblica di San Marco foste fidi amici, sempre rimanendo voi stessi, colle vostre virt e coi difetti delle vostre virt, voi siete attraverso i secoli l'esempio luminoso del comune rustico, che piacque a Giosu Carducci.
Per questo in casa nostra siete in casa vostra.
Voi, gente di Glarona, razza nobilmente rusticana, celto-romana d'origine, germanica per educazione, voi siete maestri, oggi pi che mai, alla Svizzera, per il sottile accorgimento con cui avete saputo raggiungere l'accordo del lavoro industriale col lavoro agricolo, l'armonia delle nuove forme sociali con la tradizione borghese. La vostra "Landsgemeinde" ha saputo risolvere problemi davanti ai quali hanno fallito parlamenti di illustri nazioni. Avete fatto opere grandi con umili mezzi, ed in questo auguro al mio paese di sapervi imitare.
Ancora una parola a voi, gente di Sciaffusa. Voi avete nella vostra storia moderna il pi gentile esempio di solidariet confederale. Quando nel 1854, sei anni dopo il gran Patto che ricostruiva la Svizzera, i ticinesi improvvidi, sommossi da ingerenze straniere, rinnegarono Stefano Franscini, loro Consigliere federale, non rieleggendolo come loro deputato, fu il popolo di Sciaffusa che lo elesse come deputato proprio e gli permise di morire Consigliere federale.
Ah, vengano i predicatori di un razzismo convenevole alla zootecnia piuttosto che al consorzio civile, vengano a dirci che voi siete di diversa lingua, dunque di un'anima necessariamente diversa dalla nostra!
Le parole sono parole, e le belle parole valgono talvolta a dir bruttissime cose, ma i fatti parlano, e da quel giorno la Svizzera ha contato una bella pagina di pi nella sua storia.
Compatrioti di Giovanni Mller, compatrioti di Glareano, compatrioti di Giorgio Jenatsch, io vi d il benvenuto nella nostra terra soleggiata, accogliendo a grande onore le bandiere vostre.
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Per la difesa dello spirito svizzero(24)
Il Consiglio Federale, appoggiato da tutti i partiti rappresentati nelle Camere, si propone e propone a noi tutti, cittadini in paese ed all'estero, di vegliare alla difesa di questo nostro spirito svizzero che per tanti secoli ci ha uniti e ci ha valso il rispetto di tutti i paesi del mondo.
L'appello si  mostrato urgente dopo la soppressione dell'Austria e si aggrava sempre pi dacch altri stati, altre nazioni vengono invasi, soppressi con la forza o con la malizia, al punto che tutta l'America ne  commossa, da Nuova York a Buenos-Aires.
La Svizzera deve vegliare alla propria difesa armata e su questo non c' che ad obbedire, ma la difesa per terra, per mare e per aria non ci dispensa dalla difesa morale, da quella delle nostre coscienze minacciata dalle influenze straniere.
Questo gi lo sapevano i pi oculati fra i nostri compatrioti. Gi da oltre un anno un ticinese, abitante ed operante in una delle capitali sudamericane mi scriveva segnalandomi l'imbarazzo in cui viene a trovarsi un ticinese laggi nel moderno infuriare dei nazionalismi europei.
"Tu ti dici svizzero e non italiano; perch allora non parli svizzero? Cos' questo imbroglio?"
E lo svizzero si sentiva imbarazzato nel rispondere.
Ora la prima necessit per noi, che corrisponde anche ad un dovere verso gli americani che ci ospitano,  di poter rispondere pressapoco in questi termini:
La Svizzera non  uno stato, ma una Confederazione di 22 Stati ciascun dei quali ha la propria sovranit, anche in materia religiosa, pressapoco come aveva voluto creare per il Sud America il grande Simone Bolivar (quello che diede il nome alla Bolivia).
Bolivar aveva voluto fare una Confederazione, cio una "alleanza perpetua" fra le diverse repubbliche americane del Sud (il Brasile escluso perch allora era un impero) ed il primo effetto di quella federazione sarebbe stato di rendere impossibile ogni guerra fra gli Stati alleati. Un patto simile avrebbe reso vana ed impossibile una guerra assurda quale l'ultima fra la Bolivia e il Paraguay, nella quale due grandi compagnie petrolifere del Nord si sono disputate il possesso dei pozzi petroliferi del Chaco (veri o supposti) e i due stati ne uscirono rovinati finanziariamente dopo aver versato rivi di sangue fraterno.
Noi svizzeri, parlando con gli americani e con gli stranieri domiciliati laggi, dobbiamo anzitutto vantare la nostra Costituzione libera e pacifica che dura gi da secoli. Noi non abbiamo avuto altre guerre fra di noi fuori di quelle del 1500 per la riforma religiosa (cattolici e protestanti) e quella del 1848, anche essa pi o meno religiosa, che non diede neppure duecento morti. Nessun altro stato del mondo, repubblica o monarchia, pu dire altrettanto.
Possiamo anche dire (e non  vanteria ma un dovere) che nessun stato del mondo ha meno analfabeti in proporzione di popolazione, e nessuno ha tante scuole, primarie, secondarie e superiori quante ne abbiamo noi.
Anche la statistica della delinquenza  tutta a nostro favore; nessuno stato vi figura pi onesto, pi galantuomo.
Al giorno d'oggi i nostri vicini pi potenti possono pretendere (come si dice) di comandare in casa nostra, di farci la lezione, ma noi pretendiamo di non avere altro bisogno che quello di lasciarci lavorare in santa pace.
Di fronte a questo vanto, c' per un conseguente nostro dovere. Quello di conservare le nostre tradizioni, le nostre belle e onorate istituzioni.
A questo fine occorre il nostro patriottismo, che  virt civica; ciascuno di noi vi pu e vi deve partecipare con la pratica delle virt private, ci che in lingua povera si chiama modestamente il galantomismo.
Che ogni svizzero si proponga di vivere da galantuomo, che egli consigli ai suoi simili di esserlo altrettanto, che eziandio li aiuti ad esserlo (ci che non  sempre cos facile), e questa sar la migliore difesa dello spirito svizzero, la pi semplice, la pi efficace.
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La Svizzera come idea(25)
Vi  un solo 1 agosto nel Calendario.
Questo giorno vogliamo consacrarlo alla meditazione del valore morale della patria nostra. Gli altri 364 possiamo lasciarli al malumore politico, alle dissensioni di partito, allo snobismo per le teorie nuove che pullulano in Europa, come le sette religiose in Giudea dopo la distruzione del Tempio, come le scuole alessandrine dopo la conquista romana.
Questo giorno di meditazione  tanto pi necessario dacch una parte della nostra giovent, gli spiriti irrequieti, gli ideologi, i cercatori di nuove correnti letterarie, gli ipercritici si sono messi a discutere il contenuto ideale della patria svizzera, reclamando qualche cosa di meno prosaico della questione granaria, delle questioni dello schnaps, del burro e delle carni macellate.
La giovent ha bisogno di poesia e di novit. Vorrebbe un nuovo idealismo, un passo pi in su del "referendum" e della nostra vecchia democrazia elettorale. Questo stato d'animo  legittimo; pu essere indizio di salute morale, se si vuole: ma anche un tantino pericoloso.
Gli assetati di idealit nuove si guardino intorno. Verr il nuovo orientamento da Mosca o da Nuova York? Volger al comunismo od al trionfo del capitalismo? Supposto che l'idea della sovranit abbia bisogno di una revisione, che il concetto dello Stato debba essere riformato, sar secondo il modello che trov la massima espressione nella Germania di Guglielmo II, o secondo il nuovo modello parigino che vuole il ritorno della "France de Louis XIV", o secondo i modello nuovissimo che ci viene da Roma?
La dittatura come fine della democrazia ha celebri precedenti in Grecia ed a Roma. Dove ha condotto quelle antiche repubbliche? Alla gloria od alla catastrofe? E le dittature nuove, le attuali, sono segno di una miglior salute del corpo sociale in cui si svolgono, o di mancanza di vita sana? E dato che la dittatura sia indispensabile alla nuova Polonia e alla vecchia Spagna, cosa c' in quei regimi di traducibile nella nostra vita svizzera? Quale dittatura politica od economica applicare a Zurigo, all'Appenzello e a Ginevra?
Non c' la minima possibilit di affacciare il problema senza arrivare dritto alla conseguenza che la Svizzera federativa e democratica  quello che , o deve essere disfatta.
Infatti nessuno confessa, e forse nessuno ammette nella propria coscienza, che la Svizzera sia da disfare per estirparvi la mala erba della democrazia. Bast infatti la minaccia venutaci dall'estero contro la democrazia, bast qualche lieve accenno di ingerenza estera nelle cose svizzere, perch dall'animo dei socialisti svizzeri scattasse fuori la scintilla patriottica, che la vernice marxista era riescita a coprire, non a distruggere.
Tuttavia nel ceto cosiddetto culturale  venuto maturando, nell'atmosfera di guerra, e nel clima del dopoguerra, un altro stato d'animo, C' chi dice: sta bene una Svizzera democratica e federativa. A condizione per che rimanga un valore materiale e che non si attenti di vantare un valore culturale proprio. I trattati fra le grandi nazioni, le vere nazioni, autorizzano gli svizzeri a rimanere svizzeri; magari lo comandano nel loro interesse privato o comune, ma culturalmente lo svizzero tedesco rimanga tedesco, francese il francese, italiano l'italiano. La Svizzera  e rimanga un nucleo di potenza militare a guardia delle Alpi, come Costantinopoli turca a guardia del Bosforo. Per procura! La Svizzera non  una nazione, non ha una lingua propria, dunque non pu avere una cultura propria. Ogni svizzero abbia due patrie: quella naturale e quella di prestito.
Molti a cui si attribuisce un simile ragionamento protesterebbero indignati. Ma c' per aria uno spirito di dissolvimento europeo. Alla met del secolo scorso i grandi uomini politici avevano davanti agli occhi una patria grande in una grande Europa. Cavour, Gladstone, Napoleone III, Bismarck appartenevano a questa scuola. L'idea dell'Unit germanica, come quella dell'Unit italiana non implicavano menomamente un programma d'impero sopra un'Europa avvilita.
Dopo venne il nazionalismo di tipo balcanico. La propria elevazione parve doversi dedurre dall'altrui abbassamento. Il nazionalismo non si content d'essere bellicoso, divent rissoso. L'ultima guerra fu il frutto della balcanizzazione della coscienza nazionale degli europei.
E non furono certo i repubblicani, n le democrazie che la scatenarono. Oggi tutti si palleggiano le responsabilit; ma n Pietroburgo, n Belgrado, n Vienna, n Berlino ignoravano quello spirito di dispotismo che oggi si vorrebbe invocare come rimedio del malanno democratico. La guerra fu un fatto dinastico, militarista, plutocratico, come si vuole, ma certo non fu un fatto democratico. E non fu perduta dagli Imperi soltanto, ma dall'Europa. Sola vincitrice  l'America!
Intanto bisogna che gli Europei continuino i loro litigi, il loro nazionalismo balcanico, rissoso, astioso e miope. E c' sempre in Isvizzera chi ne patisce l'endosmosi.
Questi nazionalismi sono per tutti intessuti di bugie malgrado la loro veste culturale. Prima di tutto c' una cultura europea, le cui grandi sorgenti, l'ellenismo, la romanit, il giudaismo cristiano, il rinascimento sono comuni a Praga come a Madrid. Poi c' il grande apporto di molti secoli di tutte le vere nazioni culturali di Europa, fra le quali la Svizzera ha la sua larga parte. Poi la pretesa unit etnica dei grandi Stati  essa medesima una menzogna convenzionale, scientemente e storicamente insostenibile.
Resta l'unit linguistica, la quale  cos poco essenziale ad una nazione, che nei nuovi trattati abbiamo visto creare quattro grandi nazioni: la Polonia, la Jugoslavia, la Cecoslovacchia, la Rumenia, che non hanno unit etnica n linguistica e che tutte insieme non hanno la met tradizione e coscienza politica della nostra vecchia Svizzera. Altri nuovi piccoli Stati, con qualche unit linguistica, hanno poi assai meno esperienza politica di un qualsiasi nostro Cantone. Felice l'Europa se tutti i nuovi Stati, sorti dal 1878 in poi, avessero tanto contenuto ideale come la svizzera! Felice l'Europa se tutte le grandi sue nazioni avessero una omogeneit di coscienza politica e di tradizione storica come ha la Svizzera.
Storicamente tutti gli antichi Cantoni svizzeri sono nati dal Comune medievale; il Conseil gnral di Ginevra e le Landsgemeinde dell'Appenzello sono, a chi le studi, due analoghi fenomeni della vita comunale antica. La storia conobbe, contemporanee con la Lega svizzera e con le Leghe grigie, le altre leghe d'Italia e di Germania. Quelle non hanno potuto resistere alle discordie intestine od alla conquista delle Despotie. Se le leghe svizzere hanno resistito e prevalso,  perch in loro era pi forte l'idea, pi spontanea la volont, pi chiara la coscienza.
L'idea svizzera ha resistito alla guerra dei trent'anni, alla Riforma, alla Controriforma, alle guerre napoleoniche, alla guerra mondiale, perch  l'idea giusta, la vera, quella che oggi tende ad imporsi al mondo con la Societ delle Nazioni.  l'idea (religiosa ancora prima che politica) dell'eguaglianza delle anime davanti a Dio, della quale l'eguaglianza dei cittadini davanti la legge  un'immediata conseguenza. Se questo concetto  falso,  falso tutto il cristianesimo! Lo Stato per noi non  al disopra del cittadino, ma  la somma dei cittadini.
La grande idea morale che ha ispirato la politica svizzera,  l'educazione civica. Le guerre religiose non durarono 30 anni in Isvizzera, ma furono brevi episodi. Riforma e Controriforma si risolsero tosto in una grande rivalit fra cattolici e protestanti a chi creasse pi scuole, e le migliori; a chi meglio conquistasse le anime. Quando, a met del secolo XVIII, albeggi l'Illuminismo, i pi grandi uomini della Svizzera scrissero libri per gli operai e per i contadini, per educarli al consorzio civile. Cos il "Socrate del Villaggio", cos "Leonardo e Gertrude", cos tutta la serie dei nostri grandi scrittori fino a Goffredo Keller; poi dei nostri grandi esteti, come F. C. Meyer, il Widmann, lo Spitteler...
Ed  frutto di questa educazione politica se ad ogni soldato svizzero si pu affidare la custodia della carabina d'ordinanza. Signori ammiratori dello straniero, quale Potenza straniera oserebbe fare altrettanto?
Questo nostro ideale ha prodotto una nostra letteratura, particolarmente nella novella e nel romanzo di costumi, con caratteri comuni dal Lemano al Bodamico. Letteratura sincera, pacata, onesta; agli antipodi dell'esaltazione, del sofisma, della morbosit di cui sono piene le recenti letterature straniere. Francesco Chiesa  in questo senso un novelliere perfettamente svizzero. La sua arte, a mille miglia di quella di D'Annunzio,  vicinissima a quella di Goffredo Keller e di Corrado F. Meyer.
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La questione universitaria ticinese(26)
"...La Svizzera italiana , contrariamente all'opinione fatta, un paese di tradizioni colturali non indifferenti. Essa ha delle splendide tradizioni artistiche, specialmente in architettura, cio in quell'arte che pi d'ogni altra esige il presidio delle matematiche.
I nostri antichi spregiavano l'architetto "senza aritmetica e senza geometria" come un praticonaccio. Maestro d'arte era solo colui che aveva una certa istruzione generale. Non  vero che quei maestri attingessero tutto il loro sapere nelle accademie di Milano e di Torino, e non  vero soprattutto quello che andava dicendo con impeto polemico il Bonstetten, che le prefetture italiane versassero nella pi squallida ignoranza, fra una caterva di legulei da strapazzo e di zotici pretacci.
L'appassionato patrizio novatore bernese polemizzava secondo il suo punto di vista riformatore ed umanitario, e ci  rispettabilissimo. Gli scrittori ticinesi del primo periodo come Franscini, polemizzavano anch'essi con nobili sentimenti quando verso il milleottocentoquaranta dipingevano a tetri colori le scuole del regime antico onde persuadere il Gran Consiglio ad osare le riforme scolastiche ormai necessarie. Tutto ci non deve farci dimenticare che alla fine del XVIII secolo le terre ticinesi, con non pi di 100.000 abitanti possiedevano un ginnasio a Mendrisio, uno a Lugano, uno a Bellinzona, uno a Locarno, tenuti da ordini religiosi: vi erano inoltre dei seminari minori ad Ascona e Pollegio, in totale sei istituti dove si studiavano rettorica ed umanit. A Bellinzona si insegn pure (ad un certo tempo almeno) filosofia e matematica. A Lugano la filosofia e la matematica furono insegnate gi dal XVII secolo, e tale doveva essere l'importanza di quegli studi che gli Statuti di Lugano sanzionavano per gli studenti l'immunit accademica dell'arresto per debiti. L'istituto era diretto dai padri somaschi, e doveva aver buona fama se ci venne, giovinetto, un Alessandro Manzoni, della pi cospicua e doviziosa nobilt milanese. Aveva una biblioteca di almeno 8000 volumi, si pu dire ricca per quei tempi.
Non meno diffuso era l'insegnamento primario. La politica borromea aveva inteso a creare nelle prefetture italiane un baluardo contro la Riforma. Il Collegio Elvetico di Milano era un frutto di quella politica: l'altro era il gran numero di cappellanie scolastiche che sorsero dal XVI al XVIII secolo nelle Valli. Alla fine del regime landfogtesco le borgate e le campagne ticinesi avevano per certo un'istruzione di gran lunga superiore alle loro consimili in Lombardia.
Il Ticino ha anche fornito alle scuole d'Italia insigni educatori ed una schiera di maestri d'arte alle accademie di Milano e di Torino.
Era dunque un paese colto e conserv ottime tradizioni di coltura anche nel corso del XIX secolo.
Il numero di giovani ticinesi che frequentarono le universit italiane fin dal principio del secolo scorso fu sempre altissimo, anche in confronto ad altre province e cantoni assai pi ricchi.
Con lo sviluppo della Confederazione, specialmente dopo il 1848, nacque il bisogno nella giovent ticinese di istruirsi anche nelle lingue dei confederati. Cominci dunque una marcata tendenza verso le universit d'oltre monti, specialmente di Ginevra, e pi tardi di Losanna. Il politecnico di Zurigo con la sua gran fama port via di botto tutta la corrente dei tecnici, pi tardi l'universit cattolica di Friborgo gli aderenti del partito cattolico. L'unificazione del diritto fece della facolt svizzera una necessit, cos che ora quasi nessun ticinese studia leggi in Italia. Il movimento protezionista della classe medica svizzera, minacciata dall'invasione germanica ed austriaca, condusse allo stesso effetto per i giovani sanitari.
Nulla di pi naturale che di questo stato di cose si sia preoccupata la giovent ticinese, ed anche la stampa. La guerra ha dato in ogni paese una grande spinta all'istinto "razzistico" ed al sentimento nazionalistico-colturale, se pur la guerra stessa non sia il frutto della coltivazione di tale istinto e di tale sentimento in un lungo periodo dell'anteguerra. Ora i giovani ticinesi reclamano il diritto di studiare nella loro lingua. Sarebbe opera stolta voler contraddire ad una aspirazione tanto naturale e peggio il volerle attribuire sinistre intenzioni. La saggezza esige che si esamini il problema in tutti i suoi elementi teorici e in tutte le sue difficolt pratiche...."(27).
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..."Siamo dunque d'accordo anzitutto sul punto fondamentale dell'universalit della cultura e che l'espressione "cultura italiana" debba intendersi, agli effetti del nostro discorso, nel senso "della lingua materna come il mezzo pi efficace, come lo strumento indispensabile per assurgere a vasti orizzonti di pensamento e di sapere", nella quale opinione io consento pienamente con voi(28). Il fatto eccezionalissimo che taluno, ancorch compiendo i suoi studi liceali ed accademici in altra lingua, sia poi riuscito a conseguire per la forza della volont e dell'ingegno una individualit superiore (ricordo la mente diamantina di Plinio Bolla) non ha maggiore conseguenza di ogni altra eccezione che non infirma la regola ma la conferma.
"A questo riguardo abbondo anzi nel vostro senso. Per la prima volta, ch'io sappia, voi ponete il dito sulla piaga pi vera e maggiore, quella degli studi secondari compiuti in tedesco e francese. Perfettamente d'accordo con voi nel definire tale usanza come una di quelle violazioni delle leggi di natura che non si possono compiere senza conseguenza di decadimento e di morte, mentre mi sembrerebbe alquanto iperbolico il giudizio se applicato a quei giovani i quali, dotati di un'intelligenza appena superiore alla media, compissero gli studi accademici dopo una buona licenza liceale secondo i nostri ottimi programmi. Abbondo nel vostro senso perch sarei felice di una vostra pi vigorosa campagna e contro l'uso che comporta e contro la legge che tollera cotanta aberrazione.
"Che sul terreno della libert individuale la vostra rivendicazione sia pi che giustificata non occorre che lo ripeta tale essendo il terreno della mia mozione. Per contro mi  gratissimo il poter constatare che il nostro accordo  perfetto anche sopra un altro terreno "il giusto equilibrio fra l'una e l'altra frequentazione" allo scopo di poter "far valere di fronte ai Confederati romandi ed allemannici la civilt nostra com'essi coltivano ed affermano la loro, non opponendo ma componendo". N meglio potevano le vostre idee collimare colle mie che affermando "essere tale collaborazione altamente patriottica in quanto essa tende ad un maggior incremento della vita spirituale, politica ed economica della Confederazione Svizzera".
"Ci incontriamo cos col pensiero del nostro concittadino Konrad Falke, il quale esorta la giovent universitaria romanda a completare i suoi studi universitari in Germania, e la giovent svizzero-tedesca a completarli in Parigi od in Roma. Pensiero giustissimo, imperocch la Svizzera non avrebbe pi ragion d'essere qualora cessasse di essere un laboratorio di idee dove si filtra e si traduce l'essenza delle diverse civilt cui partecipa. Pensiero fecondo, poich se la Svizzera italiana deve poter prestare la cooperazione che le si chiede non conviene che si isoli nella propria italianit, ma che s'adoperi ad imparare delle lingue dei Confederati almeno quanto i Tedeschi si affannano ad imparare dell'italiano. Sembra paradosso (forse perch il paradosso  vero per definizione) ma  innegabile, anche nella vita commerciale nostrana, che quanto pi i nostri giovani sapranno di tedesco tanto meglio potr il Ticino resistere alla infrenabile espansione dei popoli di Settentrione verso il Mezzogiorno.
"Qui mi si permetta una parola per togliere un nuovo equivoco. Se ho parlato di scempie suggestioni voi vedete bene che non pu riferirsi a quei vostri sentimenti e a quelle idee in cui ci siamo incontrati, bens alla idea che voi dobbiate espatriare quali pitocchi intellettuali da un paese dal cielo caliginoso. Questo non potreste ammettere senza far ingiuria, nonch alla Svizzera, allo stesso nostro Ticino, il quale, anche nei suoi tempi pi caliginosi, ha sempre avuto tante scuole, in proporzione dei suoi abitanti, quanto nessun'altra provincia d'alcun paese del mondo.
"Io ritengo adunque che ci siamo reciprocamente compresi. Difesa ad ogni costo della nostra lingua, non solo come materiale glottologico, ma come istrumento culturale, affermazione della nostra parte nella missione civile della Confederazione, volont di concorrervi con tutte le nostre forze presenti e future.
"Voi potrete compiere questo programma perch siete giovani e perch la vostra generazione ne sente l'importanza pi che la nostra non sentisse.
"Resta il far voti perch un cos nobile compito non sia mai guastato da quello spirito di fanatismo che il Lombroso indicava come causa di degenerazione delle pi nobili idee. Voi vi lagnate con ragione di chi sospetta le vostre intenzioni. Anche il patriottismo pu avere infatti le sue forme degenerative; ma pi facilmente volgono agli eccessi le rivendicazioni nuove, i nuovi stati di coscienza. Il fanatismo  un vizio della mente proprio alle persone ed ai popoli in cui la sensibilit soverchia la critica. Esso conviene a nessuno meno che all'italiano, la cui mentalit  essenzialmente, forse eccessivamente critica. Manifestazioni di fanatismo linguistico, che talvolta copriva della sua bandiera un fanatismo nazionalistico, ne abbiamo avuto di molte nell'ultimo trentennio, nella Svizzera tedesca. Vi sar chi vi dice che i nostri Confederati allemannici fanno bene ad andare per quella via secondo il fondamento che natura pone. A quella stregua uno Zurighese sarebbe tanto migliore svizzero quanto pi imbevuto in germanismo, ma questa  semplicemente la negazione della Svizzera.
"La nostra via spirituale discende da una parte per la china dei fiumi, ma risale dall'altra a quelle vette che pi allargano l'orizzonte. Non  un bivio questo, ma una via sola, la via della linfa fecondatrice che attinge al suolo le sue energie e le espande nel fiore e nel seme, nella direzione dell'alto...".
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"...La Svizzera ha gi troppe universit. Questo  il punto di partenza(29). Sette universit, un Politecnico ed un'Accademia commerciale per un paese di 4 milioni  una realt, ma una di quelle realt che si reggono sulla tradizione contro ogni ragion logica. Il nostro assetto universitario si regge per coesione di calce, non per vero equilibrio statico. Non c' che il Politecnico che si regga gloriosamente e progredisca, perch federale. Le vecchie accademie sorte dall'epico conflitto culturale fra la Riforma e la Controriforma e diventate poscia universit grazie a quegli sforzi prodigiosi di ottimismo di cui  stata feconda la Svizzera del XIX secolo, lottano ormai tutte in condizioni disagiate dacch i progressi delle scienze positive esigono laboratori e musei sempre pi grandiosi e costosi.
Nel 1848 fu inscritta nella Costituzione federale l'Universit ed anche il Politecnico. L'Universit doveva avere la precedenza, secondo le previsioni. Si manifest poi impossibile per la resistenza della vita intellettuale dei Cantoni gi provveduti. Si era parlato di un decentramento del problema universitario nel senso che la Confederazione designasse in ogni universit esistente una o pi facolt che formassero insieme l'Universit federale senza pregiudizio delle universit cantonali che rimarrebbero con le loro facolt minori, nella misura che piacesse ai Cantoni di mantenere o di aumentare.
Bisogner forse tornare a questo concetto. Ormai diversi cantoni universitari sentono la gravezza del peso, anche se per decoro non si spiegano a lagnarsene. Una universit federale cos intesa non avrebbe proprio nulla che offenda il principio federalista. Forse oggi i protestanti si adagerebbero all'idea di una facolt cattolica di teologia a Friburgo ed i cattolici non protesterebbero se Basilea avesse una facolt federale di teologia protestante. Losanna sarebbe indicatissima per avere una facolt federale di giurisprudenza, Ginevra per gli studi sociali. La scuola d'ingegneria di Losanna dovrebbe diventare una sezione francese del Politecnico, ecc, ecc.
In questo rimaneggiamento  chiaro che qualche cosa dovrebbe pur essere fatto per la Svizzera italiana, senza che nessuno pi pensi a parlar di brutture. Purch non vi si mescolino le solite declamazioni: Druso, l'esercito di Arminio, le orde teutoniche, il sole latino, l'assalto della Riforma e del Romanticismo contro la romanit, e gli altri razzi rettorici della scena politica.
Non bisogna neppure escludere un terzo fattore che pu essere quello della Scuola libera.  l'idea ch'ebbe in vista Romeo Manzoni,  il sistema che ha permesso al Belgio di avere due universit indipendenti dai cambiamenti politici, una liberale a Bruxelles, una cattolica a Lovanio.  infine il sistema che  normale dei paesi anglosassoni e particolarmente di America. Anticamente era anche il sistema italiano.
Chi ha il diritto di ipotecare l'avvenire?
Io ho letto con sommo interesse tutti gli articoli contro la Universit pubblicati dalla Gazzetta Ticinese. Brillanti assalti di scherma: capolavori di dialettica! Ma e poi? Con simili argomenti si potrebbe dimostrare che lo spopolamento delle nostre campagne  dovuto al troppo gran numero di scuole elementari, minori e maggiori, ed al livello troppo elevato degli studi: all'eccessiva durata dell'obbligo scolastico, tutti fattori che rendono l'alunno disadatto alla dura vita dei campi. La cosa  del resto perfettamente vera! Aboliremo per questo le scuole maggiori? Ridurremo l'insegnamento primario?
Da qualunque parte si osservi, il problema fu male impostato. Per gradi successivi, o piuttosto a sbalzi, si  parlato di Universit, di scuola svizzera di diritto, di sezione di scienze sociali del Politecnico, poi ancora di "Universit con una facolt sola" come se questa associazione di idee non implicasse una strana contraddizione di termini. Si  improvvisata la commissione di cui faccio parte, poi la si  convocata con pochi giorni di preavviso: fu dato (e quel ch' pi incomprensibile, fu accettato) l'incarico di presentare in qualche settimana un progetto ed un preventivo d'universit come se si fosse trattato di una fiera di beneficenza e cos si  arrivati a screditare l'idea e volgerla in ridicolo.
Perch lo Stato, erede di Romeo Manzoni, lo Stato che accettando l'eredit ne ha approvato l'idea, l'ha fatta propria e ne ha assunto la tutela, non ha neppure posto la questione preliminare della realizzazione di un suo precisissimo dovere?
Romeo Manzoni era partito da una vecchia idea di Martino Pedrazzini, che non era il primo venuto, il quale gi da mezzo secolo aveva postulato dalla Confederazione un'Accademia svizzera di Belle Arti. Questa idea non fu certamente estranea al legato di Vincenzo e Spartaco Vela alla Confederazione stessa. A quel tempo l'idea fu lasciata cadere, fu anzi combattuta dagli uomini saggi d'allora dicendo che sarebbe stata una fabbrica di spostati, che ad un'accademia occorreva un grande ambiente metropolitano come Milano. C'era in queste eccezioni, un incontestabile principio di verit, specialmente nelle condizioni d'allora. Ci non toglie che l'arte muraria, l'architettura, la decorazione, la scoltura e la pittura abbiano fatto vivere e gloriosamente vivere, mille anni di vita ticinese. Ci non toglie che intanto siano sorte da ogni parte della Svizzera quelle scuole di costruzione e d'arte applicata, che a noi mancano, lautamente sussidiate come scuole professionali mentre noi lasciavamo decadere l'istruzione dei nostri artieri....
Ma la ragion d'essere della nostra Accademia di Belle Arti non  morta. E non  morta l'idea di Romeo Manzoni di contornarla di quella cultura generale che le Belle Arti ed in ispecie l'architettura richiedono: letteratura generale, letteratura nazionale, principii di filosofia, estetica, storia dell'incivilimento.
Mito anche questo? Il mito dei popoli viventi si chiama fede. Quando un popolo  morto, quando una patria  morta, la sua fede diventa mitologica. Ma la Svizzera non  morta! Ma noi non vogliamo che la libera arte dei nostri padri debba perire...".
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PARTE QUARTA. Pedagogia e morale.
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L'indirizzo della scuola. (30)
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Tutt'altra  la questione quale si  impostata dopo l'assetto diocesano, concernente l'indirizzo educativo della scuola, quale perdura tuttavia tra i fautori dell'insegnamento cristiano e quelli del cos detto Stato laico. Conflitto pieno di difficolt, gi per la indeterminatezza delle parole. Un insegnamento cristiano non escluderebbe le altre confessioni cristiane che non siano la cattolica romana. Laico e laicisti significano, in senso proprio, "il non esser iniziato a trattare le cose sacre". Nel dizionario moderno vorrebbe gi dire il contrario di religioso, e scuola laica quella in cui fosse vietato l'insegnamento della religione (v. Panzini, Dizionario moderno). Di uno Stato e Governo laico  difficile precisare il significato. Il problema diventa formidabile di fronte all'affermazione sovietica, la quale non  pi una semplice formula astratta, ma una realt che si pu tradurre in demolizioni di chiese, incendi di conventi, divieti del culto, ed in diversi altri fenomeni che non hanno pi nulla di liberale.
Nel corso degli ultimi lustri il dibattito intorno alla scuola ha dato luogo a splendide manifestazioni della intelligenza e della cultura. Nella nostra stampa, pi assai che in Parlamento, esso ha avuto degli assertori come il Motta e il Cattori da una parte, Romeo Manzoni ed Emilio Bossi dall'altra, ed un giudice di campo (se  lecita l'espressione) come Alfredo Pioda. Figure elevate, le une e le altre, che non temono confronto coi loro contemporanei d'altri paesi.
Degnissimo di esame sarebbe soprattutto il dissenso fra R. Manzoni ed A. Pioda, perch questi rappresentano due diversi concetti della laicit. Una loro polemica, che si protrasse pi anni nella stampa liberale,  forse unica nel genere. Per i campioni della scuola cristiana la cui azione  parallela, non c' di notevole, oltre al loro valore personale, se non la evoluzione manifestata dalla concezione politica di Pio IX a quella di Leone XIII e de' suoi successori: dal Sillabo all'enciclica Rerum novarum. Per i due paladini della laicit, invece, la diversit  enorme, e pi ancora fra il Pioda e il Bossi, continuatore del Manzoni.
Manzoni e Bossi sono francamente ateisti, ma neppure in questo concordano fra di loro. Il primo  di quelli che sono materialisti solo in quanto divinizzano il mondo creato, alla maniera dei platonici, in un senso grecamente panteista.
Per il Manzoni, allievo di Ruggero Bonghi, i colpevoli di blasfemia sono quegli spiritualisti che materializzano la divinit, sovvertita ad immagine dell'uomo.
Allievo di Ausonio Franchi, uno dei tanti sacerdoti di allora che si volsero al positivismo per reazione ma anche per intima convinzione, Romeo Manzoni vede il timor dei attraverso la sentenza di Stazio: fecit timor primus in orbe deos. Egli, come Renan, nega l'autorit dei Vangeli, ma li conosce a fondo, nega la divinit di Cristo, ma lo ama. Il Bossi, invece, sente la influenza sarmatica di Bakunin e de' suoi seguaci. Le sue negazioni sono iraconde. Per lui Lutero e Papa Bonifacio sono tutt'uno. A pochi anni di distanza  gi di un'altra epoca.
Alfredo Pioda  forse pi antico ed  forse pi moderno dell'uno e dell'altro. La sua filosofia  apertamente spiritualista. Afferma Dio, l'anima e l'immortalit. Crede alla possibilit dell'intervento delle anime dei defunti ad invocazione degli uomini. Nega di essere irreligioso ed  eretico solo perch egli crede intravvedere ed invoca una super-religione. Non  un "libero pensatore", ma un "libero credente".
Tre eretici, ma anche tre documenti umani di altissimo valore documentario..... 
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Sull'insegnamento delle lingue morte(31)
....L'insegnamento delle scienze nei Licei si impone. Le Universit lo reclamano fortemente. In Francia ognuno sa che chi s'interessa all'avvenire dell'istruzione reclama un aumento di ore di zoologia. La chimica dovrebbe esservi impartita in modo pi esteso che non si faccia oggid, la geologia non dovrebbe essere esclusa. Gli studenti che abbandonano il Liceo per le facolt di diritto o di lettere dovrebbero essere edotti anche dei principi fondamentali di economia comparata, di biologia e di fisiologia (mentre non avrebbero bisogno della massa enorme di matematica che  loro imposta). Insomma le scienze fanno ressa alla porta del Liceo, e vogliono entrarvi di forza. Ma il Liceo  ben difeso. Entro vi regnano tre sovrani potenti: il greco, il latino e la matematica, che disputeranno alle scienze fino all'ultimo palmo del territorio, fino all'ultima pietra delle fortezze.
Imposte dal bisogno dell'istruzione intellettuale, consigliate per l'educazione morale, le scienze finiscono e finiranno per trionfare. Ma a scapito di chi? Questa  la questione.
Secondo noi sono le lingue morte che soccomberanno: e questo per la ragione che le lingue morte e le umanit non sono la stessa cosa. Infatti le umanit non sono che la storia interna dello sviluppo della nostra civilt, come la storia della civilt ne forma la parte esterna. A questo punto di vista, molte cose delle umanit appartengono alla storia generale, e questo  quanto deve essere insegnato come storia, e comprende le vicende della vita politica dell'antichit, vale a dire quel tesoro di sapienza, di saggezza e di morale che a dir dei classicisti solo pu servire di esempio educativo alla giovent moderna, minacciata dal positivismo. Dunque tutto questo si pu e si deve provvedere altrimenti, o per meglio dire in un modo solo, perch attualmente avviene che la storia generale insegnata nei Licei si estende per la maggior parte a Grecia ed a Roma, con autori moderni, e per gli studi classici si studia la medesima materia ma con testi differenti, con Erodoto e con Tacito, ci che costituisce il vero bis in idem dei programmi liceali di molti paesi.
Un'altra parte della umanit che resta in vista  la mitologia, la storia dell'arte e la storia della letteratura, sia oggettiva che soggettiva. Ebbene la mitologia  ora passata nel novero delle scienze, e solo come scienza dev'essere insegnata: ed  una scienza morale. La storia dell'arte e della letteratura: ecco che cosa resta delle vere umanit. Ebbene, per giungere al conoscimento di queste, ripeto che le lingue greca e latina, sono molto, molto efficaci di certo, ma sempre mezzi. Per far di queste uno scopo bisogna attribuire loro quel valore intrinseco che gli stessi difensori del classicismo riconoscono, ma relegano a un piano pi basso. Ma ancora per vedere se un mezzo sia buono, non basta osservare se pu raggiungere lo scopo; bisogna anche vedere a qual prezzo lo raggiunge. Ebbene, ci pare che questo mezzo delle lingue morte costi assolutamente troppo nell'economia degli studi. Il numero delle ore che prende sul programma  eccessivo: crediamo che si potrebbe conseguire il medesimo scopo con mezzi pi conformi alle moderne esigenze e pi economici.
Questo mezzo deve consistere in uno studio dello sviluppo dell'umanit preso da un punto di vista pi elevato, e soprattutto non limitato alla civilt greco-romana. Una vera educazione umanista dovrebbe consistere in uno studio comparato delle civilt e delle istituzioni sociali di tutti i popoli antichi. Indagar bene le origini della civilt, le sue cause secondo le teorie scientifiche, seguirne il corso presso le varie razze che si sono incivilite, studiare i differenti caratteri delle civilt antiche, e la loro ragione d'essere, rintracciare presso le civilt pi conosciute la storia del pensiero, analizzando e sintetizzando; dare un largo sviluppo allo studio dell'incivilimento greco ed etrusco, servendosi, per quanto riguarda la filosofia greca, delle opere sintetiche moderne, ed anche delle traduzioni per le opere di carattere puramente letterario; studiare la caduta dell'impero romano, l'impero bizantino, la trasmigrazione dei popoli, l'evo cristiano e il rinascimento presso tutte le nazioni, le loro cause e le persone che vi hanno contribuito; infine analizzare le migliori opere di ingegno prodotte nell'evo moderno nelle diverse letterature europee, servendosi il pi che possibile delle opere originali; ecco quanto dovrebbe costituire, a grandi tratti, lo studio umanista atto a coltivare e svolgere le facolt morali del discente senza pregiudicare il resto della sua istruzione. Questo programma, che si potrebbe largamente conseguire con la met delle ore attualmente destinate allo studio delle lingue morte, sarebbe altamente moralizzatore, ed inoltre farebbe conoscere anche lo spirito della civilt greco-romana, meglio di quanto la conoscano i moderni liceali e ginnasiali, per il semplice motivo che sarebbe uno studio diretto e non indiretto.
Certo questo sistema esigerebbe un maggiore sviluppo dello studio delle lingue viventi, ma non occorre dire che un tale studio costituirebbe un doppio intrinseco vantaggio.
Nello studio della letteratura noi vorremmo predominasse quello del rinascimento su quello delle antichit. La ragione  appunto perch le lettere del rinascimento e del cristianesimo sono molto pi morali di quelle dell'antichit pagana. Dal punto di vista morale (ed anche letterario) Dante val meglio di Omero; ma fuori degli Italiani, chi studia Dante nei Licei? E gli Italiani stessi? Chateaubriand ha stabilito, con grandissimo criterio, la superiorit delle lettere cristiane sulle pagane. L'Adamo e l'Eva di Milton, egli dice, educano meglio di Ulisse e Penelope, Priamo chiedente il cadavere di Ettore  nulla di fronte a Lusignano supplicante Zaira, l'Andromaca di Racine  pi commovente di quella d'Omero, Telemaco  poca cosa di fronte al Guzmann di Voltaire, Zaira  pi tenera di Ifigenia, la distruzione di Troia non pu essere paragonata alla distruzione di Gerusalemme!
E ancora se questo non fosse, quanti altri sublimi prodotti hanno le lettere moderne! Quanti maestri alla giovent: Dante, Manzoni, Schiller, Goethe, Shakespeare, Milton, Racine, Corneille, Molire, Rousseau, e tanti altri! Ebbene, la nostra giovent greco-latinizzata, li ignora, questi maestri!
Questo quanto al merito reale. Non resta pi che la questione della forma, ma gi retro abbiamo visto come questo non sia lo scopo che si propongono i classicisti.
Quanto alla storia,  noto che tutta quella dei popoli antichi dev'essere rifatta e passata al cribro della critica: per chi poi ci tenesse a leggere i testi antichi restano le traduzioni, che per la storia bastano.
Ci resta a dir due parole dell'obbiezione, apparentemente grave, che la conoscenza del greco e del latino  necessaria per la terminologia scientifica. Ma le terminologie possono modificarsi, e il piccolo corredo di greco e di latino necessario allo studio delle scienze pu acquistarsi empiricamente, tutto consistendo nel conoscere alcune centinaia di verbi e sostantivi, senza studiare n grammatica n sintassi. Molti studenti di medicina usciti dalle scuole tecniche fanno cos e se ne trovan bene. In Belgio, dove il greco  facoltativo, la medicina punto ne soffre, e le sue facolt sono fra le migliori. Anche in diritto si sono visti vari studenti conseguire i diplomi con eccellenti risultati, senza saper parola di latino: e del resto al giorno d'oggi lo stesso diritto romano si studia meglio sui trattati tedeschi (Windscheide, Wangeroff, ecc.; che sulla vasta mole del Corpus juris; salvo, ben inteso, il caso di studi speciali...
Concludiamo: noi crediamo che l'insegnamento delle scienze pure, quando fosse impartito con un sistema logico e razionale sarebbe sufficiente a coltivare e sviluppare, non le sole facolt intellettuali del discente, ma anche le sue qualit morali. Che per a lato delle scienze devono studiarsi anche le umanit, nello scopo di educazione morale e intellettuale, estendendone per il campo alle civilt oltre che la greco-romana, e dando principale sviluppo all'epoca cristiana. Che per questo genere di studi pu riuscire di utilit il greco e il latino, ma in un grado minore delle lingue viventi. Che in conseguenza, di fronte al sopraccarico degli orari, ed all'urgente bisogno di far pi larga parte alle scienze, ogni riforma, o riduzione, deve farsi a spese delle lingue morte....
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I lavori manuali(32)
In tutti i paesi di Europa e d'America si vanno introducendo nelle scuole i lavori manuali. Sono questi un ritrovato della riflessiva e pratica Scandinavia, e da questa si propagarono alla Olanda, alla Germania, alla Svizzera, alla Francia, ed ora anche all'Italia.
Possono, i lavori manuali, cominciare dall'asilo, e ben prima di imparare le lettere dell'alfabeto il fanciullo pu e deve imparare a tagliar con la forbice la carta per farne delle figure geometriche. Nel grado di insegnamento primario, e prima dei dodici anni pu e deve il ragazzo imparare a comporre lavori in cartonaggio, con le figure piane componendo dei solidi geometrici, e passando alla pratica applicazione costruire scatole, intessere cestelli e fare analoghi e svariati lavori. In un altro periodo di et pu e deve il giovanetto imparare a servirsi degli attrezzi del falegname (esercizio per sua natura gratissimo), e cominciando dal costruire un regolo in poco tempo trovasi abituato ad eseguire lavori di sorprendente finezza e precisione. A questo si possono aggiungere i lavori al tornio, come se ne ha tendenza in Germania, e quelli in filo di ferro come si ama fare in Francia.
Scopo di questi lavori manuali non  gi, come potrebbe a tutta prima parere, di fare dei professionisti. No, non  una scuola d'arti e mestieri, questa:  semplicemente un'educazione dell'occhio, della mano, ed anche dello spirito, mediante la quale si sviluppano le attitudini, si affeziona il fanciullo al lavoro, e lo si rende atto a piegarsi senza fatica ad opere materiali, ad apprendere rapidamente un mestiere od un'arte...
...Mi sia permesso di raccomandare questa riforma ai miei concittadini. Il Cantone Ticino vive soprattutto di emigrazione, ed i suoi figli dispersi nelle varie parti del mondo ancora da giovinetti, sono ben lontani dall'avere la scelta del genere di lavoro. Dobbiamo dunque renderli atti a far di tutto. Tanto pi in vista che queste riforme si vanno gi facendo in tutta l'Europa. Ora che avverr se noi omettiamo di farle?...
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L'insegnamento della storia(33)
....Nelle nostre scuole primarie lo studio della storia svizzera  sciupato dal profondo errore di cominciarla troppo presto con mezzi didattici inadatti all'et dei bambini; nelle scuole secondarie l'insegnamento della storia svizzera  quasi nullo come quantit, radicalmente sbagliato come qualit e inefficace quello della civica, e non quale dovrebbe essere per dei cittadini che saranno armati del referendum e dell'iniziativa.
Nelle nostre scuole secondarie invero, la storia generale  insegnata a fondo, molto pi che nelle scuole dei Cantoni confederati, ma vi manca appunto ci che pi importerebbe di conoscere: l'azione politica della Svizzera e delle idee svizzere sulle costituzioni e sugli avvenimenti degli altri popoli.
Un allievo-maestro delle nostre normali  presunto sapere quale fosse la posizione dei due avversari nella battaglia di Naefels, perch il Rosier ha cura di rilevarlo. Per la plasmazione dello spirito repubblicano ci conta veramente molto meno che la battaglia di Maratona. Ci che invece non si sa,  l'enorme influenza che hanno avuto sui destini dell'Europa moderna la riforma di Zurigo, di Berna e di Ginevra, la neutralit della Svizzera durante la guerra dei trent'anni, la costituzione democratica di Ginevra sulle dottrine calviniste, sugli Ugonotti e sulla rivoluzione francese. Ci che si ignora  la parte avuta dagli svizzeri tedeschi nel risorgimento filosofico e letterario germanico del XVIII secolo. Ci che  quasi dimenticato  l'influenza avuta dalle riforme costituzionali dei Cantoni svizzeri dal 1830 al 1847 sopra la fermentazione europea del 1848. E forse in ci non siamo soli. Anche negli altri Cantoni, a giudicare dai testi, la storia nazionale  ridotta a una sequela di fatti eroici che non interessano pi la civilt contemporanea, e vi si d pi importanza ai leggendari fendenti di Wala di Glarona che al contributo di Bluntschli sulla formazione del diritto pubblico tedesco.
Ora io trovo giustissimo che nelle scuole superiori ticinesi si studi la storia del risorgimento italiano e pi ancora la storia dell'italiana letteratura, ma a condizione che ci non avvenga in modo da lasciare supporre che al confronto la storia svizzera non sia altro che la storia di un branco di mandriani maneschi e che la Svizzera rappresenti una specie di Beozia dell'Europa centrale.
Non voglio dire che non si sia fatto molto per provvedere a questi bisogni. Si sono fatti anzi dei grandi sforzi; ma bisogna convenirne, con successo infelice.
Venti anni or sono si inaugur l'insegnamento della civica dall'asilo infantile fino al liceo, si volle provvedere a libri di testo fatti apposta per le scuole ticinesi, ma con preparazione affatto inidonea; pi tardi si tradussero testi di geografia, di storia svizzera e di storia generale fatti per le scuole svizzere romande, senza accorgersi che il contenuto non poteva essere il medesimo. I libri fatti per scolari di 12 a 14 anni, come il Rosier, furono messi in mano a bambini di 8-9 e se ne sciup completamente l'effetto. Al tutto manc una mente direttiva e si dispersero al solito enormi sforzi individuali per arrivare ad una generale confusione. N se ne uscir collo sforzo minimo di un cambiamento di testi o di programmi.
Ci che occorre  un generale risveglio dello spirito culturale del Cantone Ticino, illuminato da una chiara idea patriottica; dico chiara, per dire che non deve trattarsi di una semplice forma di nazionalismo presuntuoso, ma di una visione esatta e cosciente di ci che sia il valore etico-sociale della Svizzera, delle sue istituzioni e del suo patrimonio culturale.  solo alla luce di questa fiaccola che i docenti di storia e lettere vedranno cosa c' da fare perch il loro insegnamento delle cose italiane e universali si completi e si ravvivi con l'insegnamento delle cose patrie...
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Studi storici e storia(34)
....Dovere solenne di patriottismo  il promuovere e sostenere gli studi storici. Su questo siamo in parte sulla buona via merc l'eroico nostro E. Motta. Dico in parte ed eroico perch il pubblico dal canto suo  ben lontano dal corrispondere a tutti i suoi sforzi, e questo sia detto per vergogna nostra. Ma ci non basta: il pi imperioso dovere, per chi ama la Patria,  lo studiare e popolarizzare quel poco di storia veramente nazionale che abbiamo, cio quella dal 1797 ai nostri giorni, ed introdurla nella scuola...  dallo studio di questo periodo che deve scaturire il patriottismo delle future generazioni, troppo scarso nella presente. Esso non manca di attraenza e di gloria. La sola lotta del Ticino coll'Austria e certi nomi e fatti che ormai non appartengono pi alla politica, ma alla storia, hanno potenza di far battere dei cuori.
Il peggio  che questa parte di storia  quasi bandita dalle nostre scuole, ignorata dal popolo in modo incredibile, e negletta. Il poco che ne fu scritto,  letto da pochi ottimati, il popola ignora tutto. Non sufficiente gratitudine ha il paese per esempio verso il signor Baroffio che tanto ha fatto in questo campo. Se debbo suggerire un'idea pratica  questa: che dei suoi scritti sia fatto un compendio ad uso delle scuole. Sarebbe pure a desiderarsi che a cura di uomini di senno si compilassero delle buone biografie di ticinesi illustri. Ne abbiamo di Franscini, ma non di Luvini, di Pioda, di D'Alberti, dei Ciani, e di altri molti. Insomma qui i rimedi sono facilmente indicati dalla natura del male, ed io chiuder su questo punto con un altro laboremus, e col ricordare il motto di Lodovico il Bavaro "ohne Vaterlandgeschichte keine Vaterlandliebe". Senza storia patria nullo amor di patria.
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PARTE QUINTA. Testimonia temporum. (35)
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L'editore Grassi ha forse fatto una mediocre speculazione, cinque anni or sono, chiedendo al signor Motta una raccolta dei suoi discorsi, poscia pubblicandola in un ricco volume di quasi cinquecento pagine. Come speculazione editoriale questa non poteva fruttare che dopo la morte dell'uomo di Stato, tanto pi che la Svizzera  piccola e solo la quinta parte delle pagine (su per gi) sono nella lingua prevalente nel paese.
Ora cinque anni sono passati ed ecco un secondo volume di oltre duecento pagine coi discorsi dell'ultimo lustro della vita mondiale, alla quale appartiene ormai il nostro Presidente, senza pregiudizio della sua vita affettiva per la nostra terra.
- Appunto: cos'ha fatto il signor Matta per il Cantone Ticino in tutto questo periodo dal 1911 in poi?
Questa domanda mi veniva rivolta pochi giorni or sono da una giovine uscita di fresco dalle nostre scuole superiori.
Rimasi perplesso.  infatti vero che l'opera fattiva di Motta non  di quelle che dnno nell'occhio in tutte le sfere. Egli non ha iniziato alcuna rete stradale, non una nuova costituzione, non una rivoluzione n una controrivoluzione, non la correzione del Ticino o della Maggia. Se mai, l'opera di Motta ha dato nell'occhio a tutto il mondo quando a Ginevra, contro l'avviso della grande maggioranza degli Stati,  insorto contro la ammissione dell'Unione Sovietica nella Societ delle Nazioni. Se mai ha fatto opera di salvataggio per tutta la Svizzera quando egli, assertore valoroso della Lega ginevrina, ha proclamato che la Svizzera non doveva partecipare alle sanzioni economiche contro l'Italia.
Quel giorno Giuseppe Motta ha salvato il nostro Cantone da una catastrofe senza che il nostro bravo popolo se ne avvedesse e senza che ne tenesse conto.
L'opera di Giuseppe Motta, per il Ticino e per la Svizzera, fu anzitutto e soprattutto un'opera di pacificazione degli animi eccitati da un lungo periodo di influenze straniere. Gi prima di essere assunto alla deputazione federale egli  novatore in questo senso. Eletto nel dicembre del 1911, la sua prima promessa all'Assemblea federale  quella del proemio della Costituzione: la sua prima parola agli Airolesi  un saluto riverente alle vecchie assemblee comunali e patriziali, che furono la sua prima scuola di democrazia, ed ai propri concittadini di ogni partito che gli apersero la via.  a questi umili e fieri compaesani che apre l'anima e afferma il suo programma di concordia cittadina. Sono i confederati di lingua tedesca che hanno fatto posto a un ticinese.  un lieto auspicio! E commenta: "Ho sempre desiderato che certi problemi fossero collocati sopra i partiti ed ho sempre creduto che solo quei partiti sieno degni di vivere i quali sanno fondere i loro interessi con quelli del popolo. Siate concordi, ho sempre ammonito, siate uniti, non lasciate nel fango delle fazioni nemiche e intolleranti la sacra bandiera della Patria!
Dopo aver detto queste parole a tutto il popolo del Ticino, Egli prende commiato dal suo partito politico a Bellinzona (25 gennaio 1912). Sentiamolo:
"Gli uomini, che oggi si scambiano pensieri ed affetti fraterni non sono qui convenuti per esaltare una parte sopra le altre o per formare propositi di lotte meno che degne, ma per rallegrarsi di un fausto evento che testimonia insieme il patriottismo di tutti i ticinesi e del lungo cammino che la coscienza civile del nostro popolo ha percorso verso l'idea del mutuo rispetto e verso una comprensione sempre pi chiara dei comuni doveri".
Legga o rilegga la nostra giovent dell'oggi le parole che egli dirigeva ai suoi colleghi sui doveri della vita pubblica nell'opposizione o nella direzione qualora il partito tornasse al potere, nel senso e nel desiderio della giustizia politica; "Il partito conservatore si chiama cos perch attinge le sue virt riformatrici all'immenso serbatoio delle energie tradizionali... ma guai ai partiti che si rassegnano ad essere sempre alla retroguardia"... "I tempi camminano; i bisogni morali e materiali del popolo crescono; le funzioni dello Stato si allargano; lo Stato assorbe sempre pi parecchie competenze che prima venivano lasciate ai privati: esso diventa l'organo massimo della cultura nazionale".
Due anni dopo, lo stesso Motta parla a Ginevra ai protestanti. Ginevra  appena uscita dalle lotte confessionali dell'epoca di Carteret e del card. Mermillod... essa vuol essere il faro romando della latinit, vuol essere la depositaria del pensiero di Voltaire e di quello di Rousseau. L'Airolese le parler del concetto della Pax romana che  "la pace nella legalit".
Pochi mesi dopo scoppia la guerra. La grande guerra che mette di contro, almeno nell'apparenza, gli Stati imperialisti e quelli democratici, le nazioni latine o latinizzate e quelle germaniche e barbariche... La Svizzera  messa a durissima prova. Fra i belligeranti c' una grande e raffinata nazione che non ha esercito di terra, ma che da oltre due secoli domina il continente con la tattica del divide et impera. L'idolatria della forza e della razza, praticata sul continente, le facilitano il compito. La Svizzera subir fatalmente il contraccolpo dell'eccitazione all'odio di razza. Affare del Belgio! Affare dei colonnelli! Diffidenze reciproche!
L'uomo di Airolo parla il 15 luglio del 1915 a Morat, nell'anniversario di quella memorabile battaglia. Evoca la parola sconfinatamente generosa di Adriano di Bubenberg e fa appello alle virt civiche essenziali a salvaguardia delle nostre istituzioni. La democrazia e il federalismo possono essere accidentali per altri paesi: per noi sono natura. E poco dopo, commemorando il patto di Brunnen (1 agosto 1915), esattamente un anno dopo l'apertura delle ostilit, rivela ai germanofili come ai francofili che l'attitudine dei Waldsttten di fronte al Sacro Romano Impero era esattamente quella di Dante a Firenze alla stessa epoca. Ne deduce la necessit di stringersi intorno all'esercito. Nuovo appello alla concordia, sotto gli auspici del beato Nicolao!
Gli stessi sentimenti insegner tre mesi dopo al Morgarten, in lingua tedesca, poich l'alpigiano del Gottardo realizza questo fenomeno che i romandi dicono ch'egli parli meglio il francese del tedesco, mentre i tedeschi opinano che parli il tedesco ancora meglio del francese.
Ma fino a questo punto Motta era direttore delle Finanze. La direzione del Dipartimento politico, cogli affari esteri, lo attendeva: sar solo da quel momento che il Montanaro parler all'Europa, interprete autorevole della lingua e della tradizione di quel Dante Alighieri le cui sentenze gli sgorgano cos naturalmente.
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Giuseppe Motta  temperamento ed anima di educatore di masse. Quando, finita la guerra, i belligeranti si accinsero alla ardua impresa della pace (ardua appunto perch i temperamenti militari, che dalla guerra emergono, difficilmente possono emergere anche come geni civili), non riescirono felicemente nel loro intento. La storia conosce un solo Giulio Cesare, mentre gli Alessandri ed i Bonaparte conseguirono vittorie miracolose ma ebbero scarsa fortuna dalle vittorie conseguite.
Il trattato di Versaglia, e gli altri che vi fanno capo, non furono conseguiti se non dopo mesi e mesi di fiere lotte e di aspre gelosie fra vincitori. Il proposito confessato, anzi, ostentato, di punire i popoli per i delitti dei loro governi, era in s medesimo fallace: le sanzioni previste a carico delle supposte "razze delinquenti" erano di impossibile esecuzione. Tutto il continente ne soffr e, come di ragione, anche la Svizzera, anche il Ticino.
Fu una pace che turbava e turba ancora i rapporti economici fra le nazioni, ed in questo senso  vera la sentenza secondo la quale alla guerra guerreggiata segu una guerra economica di fronte alla quale la nostra neutralit non ci poteva proteggere.
Che in questo disordine l'autorit del Consiglio Federale fosse messa a dura prova  cosa che si pu vedere oggi pi che mai, in quest'anno fatale. Al capo del Dipartimento politico, al rappresentante del Ticino nel Direttorio federale, toccava particolarmente l'opera di pacificazione degli animi turbati in diversi modi, ma particolarmente a causa di deplorevoli ingerenze estere. Ma doveva tenersi assai riservato.
Solo il 1 agosto 1921, sette anni dopo l'apertura delle ostilit, Motta ha l'occasione propizia di parlarne al popolo a Lugano, nel Natale della Patria. Vuole anzitutto rianimare, ripristinare il sentimento dell'umile piccola patria, rimasta estranea a tante glorie. Rievoca il Grtli e la grande seduzione della Cisalpina, rievoca la nostra povera Repubblica di sterpi e sassi sollecitata a far parte di una grande Nazione vittoriosa. Accortamente fa questo richiamo: "La Svizzera moderna si inizia cogli albori del secolo XIX. Non fu notato abbastanza che la elevazione del Ticino a Cantone confederato e sovrano  tra le vicende pi importanti e feconde della storia svizzera... Essa confer alla Confederazione un significato che divenne per gradi pi universale e pi umano". Bisogna poscia rinverdire le speranze ed indicare nuove vie. La Commissione della Costituente  riunita ad Airolo. "Augura che quella Costituente non si sciolga senza aver dato al Ticino un patto di rinnovamento e di unione patriottica". Ma purtroppo la sua speranza doveva andare delusa!
Esattamente due anni appresso sono adunati a Lugano gli Studenti svizzeri: "A loro dice essere una superiorit del nostro stato che le sue istituzioni non si fondino su valori unicamente etnici o linguistici, ma anzitutto su valori morali e politici...".
Quando nel 1798 i Luganesi domandarono la libert svizzera, essi prevennero un fato. E sta bene. Ma fratellanza, democrazia e libert non bastano se riferite alla sola politica interna...
"Esse non assumono il loro significato veramente universale ed umano che divenendo i segni da cui prende figura la nostra personalit nel Consorzio degli Stati.".
Era il futuro presidente della Societ delle Nazioni che esprimeva una tal voce!
Ed ancora nel discorso di Truns (22 giugno 1924), nel quinto centenario del Patto delle Leghe grigie, apostrofando in italiano i grigionesi di lingua ladina e rievocando il Patto di Torre del 1181, ne celebra l'esempio "in faccia all'Europa che non ha ancora trovato la pace". A Friborgo il 5 luglio 1931, parlando ai fratelli romandi ed evocando l'insegnamento di Nicolao della Fle (al quale si deve l'entrata di Friborgo nella Confederazione) esclama, citando le parole del Santo: "Astenetevi dalle querele interne e non mischiatevi ai conflitti degli stranieri".
Quanta attualit in quelle parole! Ma, ripeto, chi parla  ormai l'uomo delle Nazioni!
Come svizzero e come cattolico  altres l'uomo di un'altra epoca. L'ombra sdegnosa di Pio IX  placata: i suoi successori cercano l'accordo con gli Stati. Motta ne  l'apostolo per la Svizzera; ci appare nel 1920 nel discorso di Chiasso ai ginnasti ticinesi affermando la legittimit del Progresso con la testimonianza dell'Alighieri:
Il secol si rinnova:
Torna giustizia e il primo tempo umano
E progenie discende dal ciel nuova.
Un atto di fede, come vedete, cui segue immediatamente un altro, parlando alla Societ Elvetica di Scienze naturali. La citazione dantesca a proposito della scienza, nell'opera della guerra e in quella della pace,  degna di un poeta e di un filosofo insieme.
Terzo atto di fede il discorso di Berna ai ticinesi per la Mostra d'arte (p. 85). Una conferenza del Padre Semeria tenuta a Berna su Dante Alighieri gli porge l'occasione a professare la sua devozione per il divino poeta (p. 103). Il Motta, la cui iniziazione all'umanesimo  in gran parte francese, si  dato ad un vero culto del massimo poeta e del prosatore Alessandro Manzoni.
Viene il 1924. Sei anni sono decorsi dall'armistizio: l'illusione della grande pace, della sicurezza generale si dissolve: ricomincia d'altronde la ingenua campagna socialista contro la difesa nazionale, (ancora quella dell'epoca nichilista di Bakunin e di Malatesta a base di ideologie trascendentali). Motta interviene col discorso di Lugano ai ginnasti ticinesi. D'altra parte il pericolo opposto si rivela nei prodromi dell'adulismo, e Motta interviene col discorso di Faido (pag. 102) tracciando il vero programma delle relazioni fra la Svizzera e l'Italia (fosse stato ascoltato!).
Subito dopo segue quello sulle relazioni fra la Svizzera e la Germania (pag. 116).
Numerosi, in Testimonia temporum, gli interventi di Motta ai congressi ed alle feste di ginnastica. Ancora nel 1890 i cattolici erano assenti dalle associazioni ginniche ticinesi. Grave errore! Motta esorta la Fides a non disertare le feste liberali: leggere il suo discorso di Bellinzona dell'11 agosto 1931.
"O Giovani (egli insegna), la vostra Patria, miracolosamente bella, non  grande per numero n per territorio. Essa  grande solo per alcune idee che ha fatto rifulgere al cospetto delle genti: il reggimento di popolo, la fratellanza delle stirpi, la giustizia sociale. La storia narra di colossi smisurati che si sciolsero come meteore non lasciando traccia di s. Essa racconta invece di piccoli Stati che scrissero pagine immortali nel libro della civilt."
Altra nota che riappare in molte delle esortazioni dell'oratore al popolo ticinese  quella contraria alla faziosit. La nostra storia civile, dalla Repubblica Elvetica in poi  assolutamente troppo carica di episodi disdicevoli. Motta non li rievoca (la semplice elencazione degli interventi e dei Commissari federali sarebbe impressionante), ma non perde occasione per raccomandare ai suoi concittadini la moderazione, sia pur corretta da una rigorosa disciplina di partito.
Ora, prima di passare all'azione di Giuseppe Motta nella politica internazionale, ci sia lecito richiamare qui il suo intervento contro l'Adulismo come fenomeno particolarmente ticinese. Nella solennit del Tiro federale a Bellinzona (luglio 1929), egli espone con lirico accento le ragioni del nostro attaccamento all'Italia, ma ne d anche la misura. "Tutrice necessaria della nostra cultura  la Confederazione; tutrice esclusiva perch ogni altra tutela involgerebbe una ingerenza incompatibile con la sovranit del nostro Stato."... Pochi giorni dopo l'Adula veniva soppressa: pochi mesi dopo il suo atteggiamento veniva definito nel Codice come delitto!
Lo stesso atteggiamento nei rapporti con le altre Nazioni. Motta, che  apertamente giobertiano (non gesuita) nei rapporti con l'Italia, si ricollega a Ippolito Taine nel considerare le origini della Francia contemporanea. Per Taine, come per lo svizzero Vinet (teologo protestante!) la democrazia non ha le sue radici nella rivoluzione ma nel cristianesimo. Radici immortali!
Eguale linguaggio terr alla Germania dopo cominciata la reazione tedesca contro il disarmo. Nel suo discorso di Davos per l'inaugurazione di quel corso universitario richiamer l'amicizia del maresciallo Moltke (quello del 1870) con lo svizzero Bluntschli professore di diritto ad Heidelberga ed oser porre il Patto Kellog per il disarmo nella luce del pensiero tedesco di mezzo secolo prima.
N altrimenti parler alla Polonia ed ai giovani paesi slavi nel discorso in morte di Sienckiewicz del 20 ottobre 1924, poscia pi tardi agli Stati Uniti, auspicando la loro entrata nella Societ delle Nazioni.
Quante e quante rievocazioni potrei ancora dedurre dal primo volume di Testimonia temporum, in ispecie per quanto concerne l'opera di Giuseppe Motta nella Societ delle Nazioni!
Ma io non sono chiamato a scrivere un commentario. Se la direzione del Dovere me lo consentir, preferirei farne oggetto di un terzo articolo che avrebbe per base il secondo volume, quello or ora pubblicato sul quinquiennio 1932-1936.
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Raccomando quest'ultimo articolo, sul promesso soggetto, alla particolare attenzione dei giovani e non pi giovani goliardi ai quali, a quanto posso desumere dalla loro ultima manifestazione annuale, non sar del tutto inutile.
Il secondo volume delle testimonianze,  munito di una prefazione. Qui prevarr la lingua francese per la parte che vi ha la politica estera con la Societ delle Nazioni.
Le inquietudini che affioravano nel primo volume sulla realt della pace, qui si precisano nell'affermazione che l'assestamento era un'illusione. "Quest'ultimo quinquennio  rimasto irto di crescenti difficolt... Le cure e le ansie dell'attivit di governo sono vieppi tormentose".
La svalutazione della nostra moneta ne  la miglior prova.
Rivolgendosi a tutti i partiti aggiunge, senza ira ma con profonda tristezza: "Sonvi ancora persone che, cedendo a frasi vuote di senso, accusano il Consiglio federale, ogni qualvolta esso mostri una mano ferma e sicura, di tendenze fasciste. Il fascismo  un grande fenomeno politico dell'ra nostra: esso  nato in parte come reazione contro gli abusi del parlamentarismo e contro i danni della licenza: ma parlare di fascismo per applicarlo alla Svizzera  cosa irragionevole... Svizzera e reggimento popolare sono due termini di cui uno chiama storicamente e necessariamente l'altro
Si apre poscia la serie dei discorsi, con quello di Airolo, per il 50 dell'apertura del Gottardo. Parallelo nella sostanza a quello di Cattori, ne  l'antitesi nella forma. Il primo abbraccia con una certa enfasi tutta l'Europa, "dal Lilibeo all'ultima Tule". Il secondo vede nella grande galleria il tratto d'unione "fra i mari d'Italia e la Valle del Reno" ed invoca da Dio che "voglia restituire tra breve al mondo ed in ispecie all'Europa la fiducia ed il benessere". (Ci che pu solo essere conseguito con la fratellanza e la pace fra le Nazioni).
Nello stesso ordine di idee Motta andr a dire ai confederati di lingua tedesca mentre celebrano la ricorrenza dell'entrata di Lucerna nella Confederazione, che quell'episodio storico, e meglio la fondazione della Confederazione stessa, " il monumento vivente di quella superba epoca dell'umanit che fu il moto per le libert comunali dell'occidente cristiano". Analoghi sentimenti esprime nella giornata ticinese al tiro federale di Friborgo. Non esiste nel mondo, egli dice, un altro popolo in cui lo Stato osi affidare al soldato la sua arma, fuori di servizio, ci che d la misura dell'adesione del popolo alle sue istituzioni.
Il primo agosto 1935 parla alla Radio denunciando l'"Adula" e i suoi contatti moralmente delittuosi e le illecite ingerenze di alcuni giornali italiani. "Le relazioni d'amicizia fra l'Italia e noi, che sono ottime, devono essere preservate dagli intrighi degli irresponsabili, degli inconsapevoli, e dei malintenzionati.  supremo interesse anche dell'Italia che cessi per sempre ogni discussione intorno al Ticino svizzero" (pagina 33).
Anche prima, e precisamente nel giugno 1932, il nostro Oratore aveva parlato a Losanna, (e questa volta in francese) per l'apertura di quella famosa Conferenza internazionale che era convocata per porre un fine alla questione delle riparazioni ed a quella dei debiti di guerra, mentre a Ginevra un'altra conferenza doveva deliberare sugli armamenti e decidere il disarmo. I due oggetti erano interdipendenti: l'uno e l'altro richiedevano uno sforzo di buona volont senza di che l'Europa si sarebbe sempre pi affondata nel brago dei debiti, della crisi e della disoccupazione: "vous tenez dans vos mains, Messieurs, le sort de la paix et, par l, celui de la civilisation". Cos ammoniva lo Svizzero!
Se a nulla valse, che sugo c' per i nostri partiti, fronti, gruppi e sottogruppi di pigliarsela col Consiglio federale come risponsevole del disagio, o per causa dello spionaggio, oppure di prendersela col Consiglio di Stato?
Dov' il senso comune in chi rimprovera a Motta il suo filofascismo, o la sua debolezza di fronte alle dittature, od a favore della Santa Sede, come fecero con armonica discordanza pi d'un nostro giornalista, od il militarista protestante Sonderegger, od il socialista Kgi od il signor Grimm in Consiglio Nazionale, e pi recentemente il signor Tobler qui a Lugano?
"I tempi che viviamo hanno preso colore di dramma e spesso di tragedia", insiste il nostro oratore parlando ai Ticinesi per la protezione dell'ordine pubblico (pagina 64); "i rapporti fra capitale e mano d'opera devono essere riformati; occorre un nuovo ordinamento professionale; occorre che da questo nuovo ordinamento non venga escluso quanto  rimasto dell'antico ordine corporativo; ma le riforme devono potere essere realizzate nelle forme tradizionali della democrazia: donde la necessit dell'ordine pubblico".
Questa nota, che le vere riforme sociali sono il risultato di lente e coscienti preparazioni (e che le rivoluzioni non possono far altro che realizzare e sanzionare le riforme gi maturate nell'evoluzione), era stata dimostrata da un certo Fustel de Coulange che non era n fascista n clericale, ma un meraviglioso interprete della storia.
L'accusa di clericalismo al signor Motta fa buon riscontro con quella di filofascismo. Parlando esso ai Ticinesi dopo la loro accettazione della legge sull'ordine pubblico, dice com'egli abbia assistito ad una Landsgenmeinde dell'Appenzello e come questa gli abbia richiamato il Comune rustico di Giosu Carducci... Parlando ai cattolici ticinesi nel cinquantesimo della nostra Diocesi, poscia ai cattolici svizzeri a Friborgo (pag. 103) non  qualche enciclica del Papa che egli invoca a stimolare il loro zelo, ma cita le parole del consigliere federale Welti, radicale protestante, e quella di Stanley Baldwin, protestante e liberale, primo ministro della liberale e protestante Inghilterra!
Egli  che il Motta, consigliere federale ha sempre accomunato i protestanti ai cattolici nella difesa del Cristianesimo, come "radice immortale della libert". Ci pu spiacere a certi fra Galdini della democrazia, ma ci  sovranamente svizzero e moderno.
O forse taluno vorrebbe rimproverare a Motta oltre al suo preteso fascismo una sua pi vasta simpatia per i regimi a spirito dittatoriale?
Oltre che tutta l'opera di Motta vi si oppone, invocher la sua risposta alla interpellanza Thalmann e Schneider sul rapimento dell'ebreo tedesco Bertoldo Jakob (pag. 126 e 134) dove il Consiglio federale s'impegna formalmente alla repressione dello spionaggio, come poi fece. N si dimentichi il brano del rapporto di Gestione del Consiglio federale (ivi pag. 137) dove sono appaiati i rapporti con la Germania e quelli con l'Italia.
La guerra d'Etiopia e le susseguenti sanzioni sollevarono qui nel Ticino le pi dissonanti critiche secondo il colore dei partiti. Le testimonianze si trovano a pagina 140, 145 e 162 del volume. Una prima  la risposta ad una interpellanza del consigliere agli Stati signor Coulon, (liberale protestante), nel senso che "la Societ delle Nazioni ha avuto torto di aggradire nel suo seno una nazione le cui condizioni politiche e sociali non sono quelle degli altri paesi...".
Il Consiglio federale propose di soprassedere... Fu la Francia che insistette vigorosamente per quell'ammissione. (E qui nel Ticino tutti abbiamo creduto fosse stata l'Italia, tanta  la penetrazione delle influenze straniere!)...
L'articolo 16 del patto delle nazioni  molto male redatto in quanto lascia credere che noi saremmo tenuti alle sanzioni economiche in pieno... Il Ticino e le valli grigionesi ne avrebbero troppo danno...
Segue il racconto della discussione avvenuta con l'Inghilterra e l'accenno al clearing convenuto fra la Svizzera e l'Italia in conseguenza del quale la partecipazione nostra alle sanzioni rimase limitata.
La seconda testimonianza  il discorso del signor Motta al Consiglio Nazionale a conferma del discorso precedente ma con molto maggior estensione di istoriato ed argomento. In essa risponde anche a certe critiche del consigliere nazionale Tobler che ebbero un seguito ultimamente qui a Lugano. Tobler accusava Motta d'eccessivo idealismo e gli raccomandava, in nome del Fronte nazionale, una maggiore aderenza alla realt. Vorrei avere maggiore spazio per qui riferire l'eloquente replica dell'Uomo di Stato svizzero (pagina 162). Mai, neppure ai tempi di Numa Droz, si ud sotto la cupola una parola federale cos elevata!
Qui faccio punto con una testimonianza finale a riguardo dei Sovieti.
 noto che la delegazione svizzera a Ginevra s'oppose alla ammissione della Russia nella Societ delle Nazioni (pag. 163, e pag. 786 degli Scrittori Ticinesi).
Alle Camere federali Motta ebbe a rispondere ad una interpellanza tendente al riconoscimento del Governo sovietico da parte della Svizzera. La magistrale risposta all'invito (pag. 163) si appoggia a questo aforisma: essere il governo sovietico inseparabile dalla terza internazionale la quale ha per iscopo l'intervento attivo nella politica degli altri Stati.
Di tutta l'ultima sezione del volume, che comprende dodici discorsi tenuti alla Societ delle Nazioni, menziono solo (rationae materiae) la dichiarazione finale riguardante il conflitto italo-etiopico (pagina 218) ed il breve discorso giuridico sopra la necessit di levare le sanzioni contro l'Italia.
Ci sarebbe molto altro da dire... Le ingerenze estere hanno inondato il Ticino di lazzi inopportuni sulla Istituzione ginevrina: i Ticinesi che pensano sanno quale conto ne debbano fare!
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FINE Parte 1.